Viviamo di verità e bellezza

Il cortile dei gentili, la nuova fondazione per il dialogo tra credenti e non. Intervista a mons. Ravasi
Gianfranco Ravasi

A Natale del 2009, in un discorso alla Curia romana, Benedetto XVI aveva auspicato l’apertura di uno spazio per il dialogo con «coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che tuttavia non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come sconosciuto». Un luogo di riflessione e incontro, quindi, come lo era il “cortile dei gentili” nel Tempio di Gerusalemme. In brevissimo tempo, in risposta all’appello del pontefice, il progetto di una nuova fondazione chiamata proprio “Il cortile dei gentili”, è stato annunciato dal Pontificio Consiglio della Cultura. Ne parliamo col suo presidente, mons. Gianfranco Ravasi, arcivescovo, biblista, teologo, studioso di fama e primo attore dell’iniziativa.

 

A che punto siamo con la fondazione?

«Tutto è partito abbastanza in sordina, anche perché avevo qualche timore visto che era proprio il periodo in cui scoppiava la sconcertante vicenda dei sacerdoti pedofili. Invece l’interesse è stato immediatamente enorme e positivo, anche e soprattutto negli ambienti più laici. Inaugureremo ufficialmente la fondazione a Parigi, città emblema della laicità, il 24 e 25 marzo 2011».

 

Come sarà articolata l’inaugurazione?

«Ci saranno tre eventi: alla Sorbona tratteremo l’aspetto più teorico, coivolgendo però anche gli studenti, all’Unesco la comunicazione sarà a livello orizzontale planetario e infine ci recheremo all’Accademia Francese per un livello più specifico e accademico. Stiamo selezionando le personalità che porteranno il loro contributo. Abbiamo intenzione di introdurre anche qualche evento o spettacolo per i giovani, oltre a una lettura di testi di atei e credenti. A partecipare al dialogo chiameremo anche Jean Vanier, perché il credente non solo parla delle sue tesi, ma le vive, le testimonia. E vorremmo coinvolgere anche Frère Alois e la comunità di Taizé».

 

Come è stato accolto l’annuncio?

«La notizia dell’evento parigino ha creato grande interesse, con varie proposte ulteriori che mi sono arrivate, qualcuna già a buon punto. Come evento preparatorio a quello di Parigi, infatti, nel febbraio 2011 saremo all’università di Bologna con Cacciari ed Eco, oltre a rappresentanti della cultura cattolica, mentre a novembre 2010 a Madrid. In Spagna sarà un dialogo a due, popolare, aperto a tutti e condotto da me e da un filosofo non credente. L’appuntamento di Bologna invece è mirato a studenti ed accademici. Infine l’incontro di Parigi, globale, alto, con l’Unesco in teleconferenza e i giornalisti accreditati».

 

Ma che tipo di dialogo sarà?

«Le diverse tipologie di appuntamenti indicano che vogliamo fare un discorso alto e qualificato, non ci interessano – almeno per ora – i professionisti dell’ateismo folcloristico e sprezzante oggi di moda. Ma neanche quelli del clericalismo apologetico o fondamentalista. I temi principali saranno quelli del rapporto tra religione, società, antropologia, etica, pace e natura. L’obiettivo è studiare da un lato lo spazio dell’antropologia e dell’etica senza Dio; dall’altro la mistica e la spiritualità, mostrando all’ateo l’attualità e la qualità epistemologica della teologia. Sono due modi, due livelli di conoscenza diversi, ma non conflittuali, che possono avere contatti fruttuosi».

 

Lei ha affermato che nell’incontro bisogna «conservare l’armonia della diversità»…

«Il dialogo per sua natura presuppone due diverse visioni del mondo, per cui non ci può essere uno che arriva con la sua idea precisa, mentre l’altro è nel vuoto. Il problema dell’Europa attuale, capace non di dialogo, ma solo di reazioni di paura, è proprio questo: ha perso il suo volto, profondamente segnato dal cristianesimo. Dobbiamo passare dalla logica del duello, dove non ci sono ragioni e vince il più forte, a quella del duetto, dove basso e soprano, voci agli antipodi, riescono a creare armonia senza rinunciare alla propria identità».

 

Anche il rapporto scienza-fede entrerà nell’iniziativa?

«Certo. Lo scontro tra ateismo e credenza avviene oggi soprattutto a livello di scienza. Noi abbiamo un ottimo dipartimento di scienza e fede: lo Stoq (Science, Theology and Ontological Quest), che ha studiato in passato prima temi cosmologici, poi l’evoluzionismo. Ora ci stiamo interessando alle neuroscienze e alla ricerca sulle cellule staminali, non dal punto di vista tecnico, ma teorico e nella prospettiva etica. Il secondo ambito fondamentale di ricerca è il rapporto tra fede e arte, in tutti i suoi aspetti. Vorremmo, insomma, diventare una casa di dialogo».

 

Sente il peso della responsabilità di questo dicastero?

«Questo è un dicastero sui generis, perché la cultura è quanto di più trasversale e generale ci sia. Il concetto di cultura infatti non è più quello del Settecento illuminista: l’intellettualità aristocratica. Oggi è un concetto antropologico, cioè coinvolge le componenti dell’agire umano come consapevolezza, come autocoscienza del comportamento. Non è più un fatto di élite, per cui la possibilità di essere creativi aprendo nuovi settori di interesse è continua. Per esempio stiamo pensando di sviluppare un piccolo dipartimento di economia: i due Premi Nobel per l’economia, Amartya Sen e Joseph Stiglitz, mostrano che dobbiamo ritornare alla concezione per cui l’economia è scienza umanistica, non tecnica finanziaria. Questa ultima è solo uno strumento, che però ha finito per diventare un idolo. Le sfide comunque sono tante, è vero, ma io di natura sono curioso. Per cui, anche se a volte capitano opposizioni, non sono preoccupato. E poi mi sembra che il papa sia contento del nostro operato».

 

Appunto, com’è il suo rapporto col papa?

«La mia venuta qui è stata una scelta personale di Benedetto XVI. Con lui ho sempre avuto un rapporto molto spontaneo e intenso. Quando sono entrato nella Pontificia Commissione Biblica, ero il più giovane di tutti, per cui mi potevo permettere di essere più “creativo” e libero degli altri, e il cardinal Ratzinger era sempre piacevolmente disponibile e attento, anche quando eravamo a tavola insieme. C’è sempre stato questo aspetto di immediatezza legato anche alla finezza straordinaria della sua comunicazione personale».

 

Lei ha detto che bisogna lottare contro superficialità, volgarità e bruttezza…

«Si cita sempre la frase di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. Il concetto di bellezza è di sua natura simbolico: invita a riscoprire il nesso profondo tra la ricerca spontanea che l’uomo fa del bello e il vero. Quando si innamora di una persona, l’uomo (o la donna) guarda all’aspetto estetico, ma contemporaneamente anche ai sentimenti, all’amore, alla donazione, alla verità dell’altro. Dobbiamo riconoscere che viviamo in un periodo difficile. Certo, ci sono stati momenti peggiori nella storia passata, come per esempio quando sono nato, con la Guerra mondiale e le follie di Hitler e Stalin, ma oggi è più pericoloso perché siamo in un periodo di bruttura e bruttezza, di volgarità, superficialità, banalità. La politica non ha progettualità e anche la religione a volte non ha utopia – “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro” –, non ha l’idea del tendere verso l’infinito».

 

E quindi?

«Bisogna ritornare alle grandi narrazioni, alle esperienze, categorie fondamentali, cioè ai temi ultimi. Non solo quindi la Chiesa come agenzia caritativa, ma essa deve dire anche cos’è l’amore, il dolore, la verità, il bene e il male, la vita, la morte, l’oltrevita. Sono i temi, belli e veri, che danno “calore” e interessano anche i non credenti. L’altra realtà che vorrei sottolineare è la memoria, il ricordo. Siamo nani sulle spalle dei giganti, solo per questo vediamo più lontano, dicevano nel Medio Evo. “Ricordare” è un bel verbo italiano, che significa “riportare al cuore”».

 

Questo progetto può ridare vivacità anche a questa Europa moribonda?

«Sì. Due elementi servono: valorizzare il nostro grande patrimonio culturale e capire che viviamo di verità e bellezza insieme, quindi di temi ultimi. Non ci dobbiamo accontentare del minimo. Questo è il rischio che corre anche la Chiesa oggi: certi piani pastorali sono modesti e rigidi, mancano di grandi orizzonti e anche di passione, non c’è qualcosa che ti faccia alzare la testa verso l’alto. È una sfida per tutti: se ci abituiamo alle cose piccole, diveniamo incapaci delle grandi».

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