Vivere una seconda vita

«Davanti a quel precipizio un pensiero riuscì a farmi fermare in tempo…». Salvata dalla tenacia di certe “strane tipe”.
Illustrazione di Valerio Spinelli

Giovanissima, rimasta delusa dall’ipocrisia degli adulti, mentre vedevo emarginati quanti cercavano di mantenersi onesti, avevo concluso che avrei approfittato a modo mio dell’unica opportunità che era la vita. L’occasione a diciassette anni, quando per i miei studi d’infermiera mi trasferii a Parigi. Dividevo l’alloggio con mia sorella maggiore e un’amica. Ma lo studio non rimase il mio principale interesse: il teatro, le serate, i concerti, i balli cominciarono ad occupare un posto importante.
Siccome i soldi che ricevevo dai miei non bastavano mai, cominciai a lavorare in un ospedale. E per la prima volta, di fronte alla sofferenza, mi posi il problema dell’esistenza di Dio. Ma ero troppo distratta dalla vita libera che facevo e dalle nuove amicizie per andare a fondo alla questione.  
Quando, dopo alcuni mesi, venni invitata da un’amica a conoscere «delle persone che vivevano come i primi cristiani», accettai di andare più che altro per curiosità e per criticare. Non ricordo le cose ascoltate, ma mi trovai subito a mio agio in quell’atmosfera serena, gioiosa, a cui non ero abituata. Conclusi: «Bello sì, ma per loro, che credono in Dio e sembrano aver trovato il vero senso della vita». Dopo aver lasciato il mio indirizzo – me l’avevano chiesto – me ne andai, dimenticando presto l’episodio.
Ricominciò l’andazzo di prima, ma ero meno sicura, la tristezza cominciava a essere di casa da me; per non pensarci, cercavo di stordirmi più che mai nei divertimenti, non passava giorno senza che rispondessi a uno o più inviti. La sera stanca, delusa, sopportavo senza replicare i rimproveri di mia sorella e me ne andavo a letto. A volte, per evitare di sentire le sue prediche, rientravo al mattino, rinunciando perfino a dormire.
Ormai capivo che così facendo non avrei mai trovato la felicità, ma dove cercarla? Non avevo il coraggio di cambiare, di lasciare le mie certezze, e quando mi ritrovavo da sola piangevo, addormentandomi davanti alla tv.
 
Passarono diversi mesi. Di tanto in tanto, una ragazza conosciuta a quell’incontro di “cristiani” mi faceva arrivare dei brevi messaggi per sapere come stavo, cosa facevo, insieme ad inviti ad altri appuntamenti, che però regolarmente strappavo. «Che tipe strane e tenaci! – pensavo –. Dopo tutto questo tempo si ricordano ancora di me». Per mettere in chiaro le cose, risposi che preferivo essere lasciata in pace: appartenevamo a mondi troppo diversi per poterci intendere. Pochi giorni dopo, un’altra lettera: la stessa persona mi chiedeva se potevo accogliere alla stazione un’amica che, non conoscendo la città, aveva bisogno di una guida. Dopo molte esitazioni accettai. Era per educazione, ma anche perché avvertivo una spinta indefinibile a farlo. Andai e passai parte della giornata con quella sconosciuta.
Da allora cominciò per me un periodo tormentato. Neanche un briciolo di tranquillità, avevo perso gusto per qualsiasi cosa. Eppure m’ero fidanzata, nella mia vita era entrato qualcuno a cui pensavo di voler bene. Ricordo le interminabili discussioni per fissare la data di un matrimonio del quale non ero affatto convinta.
A dire il mio stato d’animo sofferente e più che mai confuso, un episodio durante le vacanze estive in una località di montagna. Fu davanti ad un precipizio che mi venne un pensiero: «Oggi sarà la fine». A farmi fermare in tempo fu, come un lampo, il ricordo di un lontano viaggio a Lourdes, associato alla persona che ero andata ad accogliere alla stazione: eppure non c’era alcun rapporto tra le due cose!
Non tornai subito a casa. Cercai alloggio in un alberghetto per il bisogno di riflettere su quale indirizzo dare alla mia vita. Fra pochi mesi ci saremmo sposati, e niente era ancora pronto… Mi sorpresi a pregare la Madonna, a chiederle aiuto. Mi trovavo in quella località da tre giorni quando mi furono annunciate nella hall due persone che desideravano vedermi. Strano, chi poteva sapere che mi trovavo lì in vacanza? Quando riconobbi due giovani che facevano parte di quel gruppo ne rimasi sorpresa e contrariata: cosa erano venute a fare, loro che sembravano felici, senza pensieri, mentre io avevo così tante idee confuse per la testa? Tuttavia per non sembrare sgarbata rimasi ad ascoltarle. Le loro parole piene di premura nei miei riguardi furono come un balsamo sulle ferite. Spiegare quello che accadde poi mi è impossibile, fatto sta che piansi a calde lacrime, ma non di disperazione: sentivo nascere dopo tanti anni una speranza, potevo anch’io ricominciare tutto. Attraverso di loro avvertii chiaramente che Dio mi amava.
Ancora oggi non riesco a spiegarmi come abbiano fatto a rintracciarmi in quell’alberghetto sperduto. Fatto sta che, dopo quel momento di grazia, cercai di mettere in pratica un po’ quanto m’avevano detto riguardo all’amore del prossimo, ma dato l’ambiente in cui vivevo e le vecchie amicizie non era facile. Però non cessavo di affidarmi a Dio, anche se tante volte non capivo dove volesse portarmi, e non lasciavo più le nuove amicizie dalle quali traevo forza e coraggio per andare avanti. Intanto il Vangelo era per me una continua, meravigliosa scoperta: avevo trovato realmente Dio, l’unico che non delude e che rimane, mentre tutto il resto è passeggero. Se prima ero come morta, ora m’era stata concessa una seconda vita.

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