Vivere per raccontarla

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Dopo anni di prolungato silenzio, Gabriel García Márquez è tornato in libreria con la storia della sua vita, pubblicata da Mondatori, dal titolo Viverla per raccontarla. Fin dalle prime pagine si resta avvinti dal fluire incandescente della parola, dall’impatto coinvolgente di una vicenda che si delinea subito piena di fascino e di rara forza espressiva. Un’autobiografia senza pudori, scritta quasi per necessità di capire il presente: negli anni fondamentali dell’infanzia e giovinezza è racchiuso il segreto mai pienamente svelato della nostra esistenza. Mia madre mi chiese di accompagnarla a vendere la casa. Era arrivata quel mattino a Barranquilla dal paese lontano dove viveva la famiglia e non aveva la minima idea su come trovarmi. Domandando qua e là fra i conoscenti, le indicarono di cercarmi nella libreria Mondo o nei caffè lì accanto, dove mi recavo due volte al giorno a chiacchierare con i miei amici scrittori. La casa da vendere è la vecchia casa dei nonni a Aracata dove lo scrittore ha vissuto fino a otto anni. Gabito, così chiamano il giovane scrittore gli amici del giornale dove ha cominciato a scrivere, ha solo ventitré anni, è inadempiente rispetto al servizio militare, ha interrotto gli studi universitari, fuma sessanta sigarette al giorno, frequenta bordelli e alberghi malfamati ed ha pubblicato già alcuni racconti. Più per penuria che per gusto personale anticipavo la moda che si sarebbe diffusa di lì a vent’anni: baffi silvestri, capelli scarruffati, pantaloni di tela jeans, camicie a fiori equivoci e sandali da pellegrino . La madre, austera e dignitosa nella sua bellezza romana, non si spaventa di fronte a quel figlio che le si presenta come un accattone. È la sera del sabato del 18 febbraio 1930, e sotto un acquazzone diluviale fuori stagione, con solo 32 pesos, appena sufficienti per tornare se la casa non fosse stata venduta, madre e figlio iniziano un viaggio verso la lontana terra d’origine; un viaggio che si fa giorno dopo giorno metafora di un risveglio e di una chiamata: entrambi risentono le voci dei cari morti, rivivono le immagini vitali della casa amata, e sono avvinti dal magico e fantastico mondo di nonna Tranquilina e delle vecchie zie. Un viaggio faticoso per il caldo brutale, per il lezzo del fango nei canali, per le zanzare carnivore, ma interiormente ricco di richiami e forti suggestioni. Il rapporto tra i due è senza finzioni: la donna parla al cuore del figlio e il figlio non si nasconde. C’è un dolore acuto nell’animo della donna: sapere che quel figlio, nonostante i loro sacrifici, non porterà più avanti gli studi universitari dopo gli sconvolgimenti politici di Bogotà, che vive una vita errabonda e dissoluta; ma nello stesso tempo è granitica in lei la certezza che quel suo figlio non si perderà. A mano a mano che entrano nel cuore della loro antica terra, la storia della loro famiglia si intreccia con le violenze sociali di quegli anni. Prende così corpo e voce fin dalle prime pagine la faticosa e martoriata vicenda politica della Colombia. Gabito ritrova la sicurezza sperimentata da bambino nel rapporto con le donne della sua casa. Una casa che, se pur deserta, sembra ancora resistere ad ogni passaggio doloroso. Insieme si piange di dolore e di gioia, e lui avrà il coraggio di dire alla madre che quel viaggio ha segnato definitivamente la sua vita: sarà uno scrittore. Chi mi ha conosciuto a quattro anni dice che ero pallido e sempre assorto, e che parlavo solo per raccontare spropositi, ma le mie storie erano in gran parte semplici episodi della vita quotidiana, che io rendevo più attraenti con dettagli fantasiosi affinché gli adulti mi dessero retta. Il tempo si è dilatato in una dimensione astorica dove il prima e il dopo si sovrappongono. Affiora nell’animo del giovane il proposito di dar voce a quella moltitudine di fantasmi che ora si ripresentano, li farà rivivere in un libro epico, Cento anni di solitudine, che più tardi lo renderà famoso in tutto il mondo. Viverla per raccontarla, una vita ricca di personaggi e di avvenimenti storici, che si snoda come un magma incandescente travolgendo uomini e cose. Vediamo Gabito lontano da casa al liceo, poi all’università, le avventure d’amore, le prime esperienze di lavoro al giornale nel dolore sordo per la sua gente e il suo impegno a combattere, non senza pericolo, la dittatura militare. Pensavo che Bogotà sarebbe rinata dalle sue macerie, ma che i bogotani non risarebbero mai ripresi dal terrore e dall’orrore del massacro. Più tardi quando ormai è corrispondente estero di un importante giornale, qualcuno cerca di turbare la madre insinuando nell’atteggiamento del figlio disonestà e inganno nei confronti della famiglia. Ma la madre è lapidaria, pur nel sorriso innocente : Gabito non inganna nessuno . In queste parole, poste in chiusura del libro, il senso di un’esistenza turbolenta e istintiva, ma sempre all’insegna dell’onestà nei rapporti e nella ricerca di una vita più dignitosa per il popolo colombiano.

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