Vivere, ai tempi del relativismo

Una parola sulla bocca di tanti, ultimamente. Ma che cosa è il relativismo? Non è facile venirne a capo in poche righe, ma proviamoci! Per diversi esponenti della cultura post-moderna, il relativismo è il balsamo della nuova era. Per questi, l’idea che non esiste la Verità è presupposto d’una autentica convivenza civile, matura, tollerante. Il presupposto stesso della democrazia. Il bisogno d’idee chiare e precise appare per essi una malattia da cui è necessario guarire, se si vuole apparire adulti, moderni, all’altezza dei tempi. La Verità con la V maiuscola è messa in soffitta, solo le minuscole diventano politically correct. Che cosa è la verità? dobbiamo riconoscere che quel procuratore Pilato vedeva giusto che era anzi all’avanguardia, affermava già anni fa, con una punta di ironia, il filosofo cristiano Maritain. Lo sguardo della chiesa – uno sguardo lungo di secoli – intravede in questo fenomeno grandi pericoli e, più che un balsamo, tende ad interpretarlo come una vera e propria malattia. È la malattia già annunciata da san Paolo: Il prurito alle orecchie diventerà così generale che non si potrà più ascoltare la verità e ci si volgerà verso le favole. A lui faceva eco Giovanni Paolo II: La legittima pluralità di posizioni ha ceduto il posto a un indifferenziato pluralismo, fondato sull’assunto che tutte le posizioni si equivalgono: è questo uno dei sintomi più diffusi della sfiducia nella verità che è dato verificare nel contesto contemporaneo . Con la sua caratteristica chiarezza, l’allora card. Ratzinger aveva così stimmatizzato il fenomeno: Avere una fede chiara, secondo il Credo della chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costi-tuendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Per capire meglio il fenomeno del relativismo che, come un’epidemia, intacca ogni aspetto del sapere e del vivere, occorre però lanciare uno sguardo verso il passato… Capitiamo così nell’antica Grecia. Circa 2500 anni fa, un filosofo di nome Protagora s’era imposto all’attenzione di tutti per un suo celebre detto: L’uomo è misura di tutte le cose. In altre parole: non esiste una verità, ma tutto è vero. Lui apparteneva alla corrente dei sofisti: molti di loro erano uomini di grande intelligenza, ma inebriati delle apparenze, dal potere persuasivo della parola e del ragionamento funambolico fine a sé stesso. Per certi versi, molto simili a tanti fautori dell’odierna modernità. Contro i sofisti, contro la loro frammentazione della verità in una molteplicità dissonante di opinioni, ci fu ben presto un’audace reazione. La iniziò un grandissimo filosofo: Socrate. Il quale comprese che se tutto è vero, allora niente è vero. Dopo di lui unirono i loro sforzi, nel credere nella Verità e nel cercare di comprenderla, uomini eccezionali come Platone e Aristotele. Sulla base delle loro idee poggiò il mondo antico; ad esse attinse pure la chiesa. Queste idee sarebbero culminate nel mondo medievale: le possiamo tuttora ammirare nei dipinti di Beato Angelico – dove tutto è così chiaro e ordinato -, nelle proposizioni di Tommaso d’Aquino, nella poetica organizzazione dell’aldilà composta da Dante. Ma anche questo mondo quasi perfetto crollò. Le botte arrivaronoun po’ alla volta. Alcune dalla filosofia che, passando attraverso l’Umanesimo e l’Illuminismo, arrivò a proferire con le parole di Auguste Comte: Tutto è relativo, ecco il solo principio assoluto… non vi è nulla di buono, non vi è nulla di cattivo assolutamente parlando; tutto è relativo, ecco la sola cosa assoluta. Nelle parole del pensatore francese si può già intravedere la parabola del relativismo: che sale in cattedra, tende all’intolleranza e a diventare una nuova forma di dogmatismo. Con Comte sembrano risuonare, dopo 2000 anni e più, le parole dei sofisti. Ma non è proprio così. Perché nel frattempo era avvenuta una grande evoluzione, l’umanità era progredita, l’uomo voleva comprendere sempre più… e spesso, in questo sforzo, si smarriva. E smarrendosi, preferiva assecondare il proprio orgoglio fino al punto di svincolarsi completamente da Dio. Ma le botte più forti arrivarono dalla scienza. Con Copernico la Terra venne esiliata alla periferia dell’Universo; con Darwin l’uomo venne schiacciato verso la scimmia, se non verso l’ameba. Poi la geometria di Euclide, prodotto dello spirito greco, amante dell’ordine e dell’armonia, veniva detronizzata dal matematico Riemann che dimostrava il concetto di curvatura dello spazio. Un altro matematico, Gauss, decentrava la geometria euclidea come una tra le tante geometrie possibili. Iniziavano a sgretolarsi certezze ritenute inossidabili… Altri colpi arrivarono a far traballare la fisica di Newton, che vedeva l’universo come una macchina perfetta regolata da leggi eterne – visione che aveva infuso negli uomini un senso di certezza e di immutabilità dei valori tradizionali. Gli ultimi, più feroci, colpi avvennero con la teoria della relatività di Einstein (che, tra l’altro, quest’anno festeggia 100 anni). Essa sigilla la perdita dell’intuizione e del senso comune, lasciando il posto a mondi strabilianti… comprensibili però con la pura astrazione matematica. Con altri fisici e matematici, Heisemberg e Gödel, per citare i più famosi, spariva pure la certezza nella potenza logica dellamatematica: il principio di causalità (secondo il quale ogni fenomeno avviene in un processo di causa-effetto), principio vecchio di due millenni, venne archiviato. Diventava quindi lecito dubitare di tutto. Di queste botte ne risentono un po’ tutti. L’arte e la poesia che, con le loro avanguardie, diventano sempre più astratte. La musica, che elimina le consonanze e smarrisce la tonalità. Ne è investito il concetto stesso di Dio: dopo Aushshwitz la teologia inizia a parlare di sconfitta di Dio, ad attenuare il concetto della sua onnipotenza, a mettere l’accento sulla sua sofferenza. Il concetto di vita viene indebolito, pronto ad assumere i contorni dell’opinabile. Anche nella morale, l’idea del peccato viene intaccata. Il filosofo contemporaneo Gianni Vattimo scrive: Non accadrà, di quello che noi chiamiamo peccato, quello che si è verificato a proposito delle tante prescrizioni rituali che erano contenute nel Vecchio Testamento… che cosa impedisce di pensare che anche gli altri peccati, che noi ancora crediamo tali, siano destinati un giorno a svelarsi nella stessa luce?. Inoltre il contesto multi-etnico e multi-culturale in cui ci muoviamo mette in crisi la centralità dell’uomo occidentale, che per secoli si era ritenuto l’unico detentore del sapere universale. La parola, che nell’antichità era in relazione al divino, diventa così spesso priva di ogni sudditanza alla verità e si incorona da sola sovrana capricciosa e irresponsabile. È lei la nuova bilancia su cui pesare il verso e il falso. Scheggia impazzita, può convincere e demolire, senza dover rendere conto a nessuno, se non ai desideri del singolo o alle richieste dell’audience. Torniamo al presente, per cercare – dopo la grande notte della modernità – tracce di novità che ci possano illuminare su come vivere al tempo del relativismo. Alcune molto significative, le troviamo in un pregevole esempio di dialogo che, scardinando luoghi comuni, cerca di impegnarsi audacemente per costruire alternative al dilagante relativismo. È un dialogo fra persone che partono da diverse prospettive: il presidente del Senato, Marcello Pera, da quella della laicità; l’allora cardinale Ratzinger, da quella del cristianesimo. Un dialogo che ci è offerto nel recente libretto Senza radici: dialogo sui generis, fatto sulla carta, ma che fa intravedere le immense possibilità che si aprono quando si è accomunati dalla volontà di tentare di ricostruire una capacità dell’intelligenza umana di conoscere la Verità. La prospettiva non credente, ovviamente, si basa principalmente sulla ragione, che in molti casi spinge a perseguire appassionatamente la verità, la giustizia, gli autentici valori della vita. La prospettiva cristiana, si basa sulle due ali che sostengono la vita del credente: la fede e la ragione. Entrambe le prospettive sono poi accomunate dalle altre componenti dell’anima umana, i sentimenti e l’amore, che possono diventare un fattore importantissimo di coesione. Nella prospettiva della fede, il cristiano vive nella certezza che la verità esiste ed è Gesù: Io sono la verità. Ma allo stesso tempo comprende che, se Gesù è la verità, nessun cristiano, singolarmente, ha in sé tutta la verità. La verità è un cammino verso Dio che ci trascende; diventa in noi nella misura in cui noi, un po’ alla volta, diventiamo simili a Gesù, anche sperimentando la sua presenza fra di noi. Nella prospettiva della ragione, secondo le parole che il card. Ratzinger rivolge a Marcello Pera, si può riscoprire la possibilità di non concepire Dio come un’entità mitica, ma come una possibilità della ragione, come la Ragione stessa che precede e che rende possibile che la nostra ragione cerchi di riconoscerla . In queste parole c’è l’invito a non lasciare andare l’intelligenza alla pigrizia e alla stanchezza, che possono derivare dal trovarsi di fronte ad una Verità che si dimostra assai difficile da afferrare. Che la verità sia difficile da comprendere, non giustifica il postulare che non c’è verità, o che tutto è verità. La caparbia rimonta nella volontà di credere alla Verità può diventare così la grande sfida comune per cattolici e laici.

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