Viva la discrezione

 

Sono in tanti a trovare legittimo, se non doveroso, controllare il cellulare dei figli adolescenti, sbirciare in quello dei familiari, disporre di password e chiavi di accesso di familiari e congiunti per essere in grado in ogni momento di ricostruire giornate, relazioni, stili di vita. Le giustificazioni di questa defaticante attività di controllo sono infinite: «Sai, è così giovane», «il mondo è pericoloso», «è una questione di fiducia, fidarsi è bene ma…», «gli uomini sono un po’ come i bambini», «condividiamo tutto, siamo una famiglia tanto unita». No, grazie! Io resto contraria. Invadere la privacy anche delle persone che amiamo è un’indebita forma di possesso e di controllo da cui preferisco astenermi nella forma più radicale.

E in fondo, senza grande sforzo. Perché penso che la discrezione – quando ben interpretata e non diventa fredda indifferenza – sia una qualità fondamentale dell’amore. Un modo gentile per dire all’altro che non ci appartiene completamente e che amiamo la sua libertà più della nostra curiosità. Non è in fondo una forma di fiducia rispettare l’altro nei suoi aspetti sconosciuti e misteriosi? Non è forse amore per i figli crescerli senza violare i loro spazi, i loro silenzi, le loro relazioni e affidandoli sempre alla loro libertà? Non è una forma di rispetto nella vita comunitaria (e anche religiosa) evitare di invadere lo spazio personale di chi vive con noi, diverso in tutto da noi?

Quante piccole morbosità si coltivano nelle famiglie e nelle comunità, quanti comportamenti invadenti si legittimano con leggerezza. Molte cose potremmo venire a saperle, anche dai figli, semplicemente facendo la giusta domanda e perdendo tempo ad attendere la risposta. Senza cercarla nel buco della serratura. «Non c’è amore senza discrezione», scrive Pierre Zaoui, nel suo bel libro L’arte di scomparire. Vivere con discrezione. Lo penso anche io.

Dobbiamo rinunciare al controllo, al possesso, all’idea che ci sia sempre permesso di varcare la soglia. D’altro canto, diversamente, anche l’esposizione delle persone amate (in primis i figli) sui social è una forma di indiscrezione. L’abitudine di postare fotografie, immagini, dettagli delle vite di altri oggi è così diffusa che quasi non ci facciamo più caso. Un’esposizione ossessiva delle nostre vite private che usiamo per consolidare legami sociali: basta un invio e rendiamo accessibili a tutti gli amici (o certo a molti) momenti importanti della nostra vita. Anche in questo caso, una certa discrezione potrebbe orientare le nostre scelte.

I nostri figli non siamo noi. Metto la mia faccia su Facebook, se voglio, non quella dei miei figli. Che non sono me. Sono sempre, assolutamente altro da me.

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