Vittorio Bachelet, uomo del dialogo

Il ricordo di Vittorio Bachelet, assassinato dalle Brigate Rosse in un agguato all’Università Sapienza di Roma, il 12 febbraio 1980.

Il ricordo di Vittorio Bachelet è ancora vivo in coloro che lo hanno conosciuto nei molteplici ambienti che ha frequentato nel corso della sua vita: l’università, le istituzioni, la politica, l’Azione Cattolica Italiana. Vittorio Bachelet, nella sua vita, ha coltivato con amore la passione per i problemi sociali, giuridici e politici; è stato un uomo di sintesi tra la dimensione religiosa, quella civile e quella politica.

Ernesto Preziosi, già vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, ricorda l’impegno sociale e politico di Vittorio Bachelet, fin dagli anni giovanili: «Già negli anni ’40, prima su “Ricerca” e poi su “Studium”, compaiono articoli occasionali – note, cronache di congressi, commenti ad avvenimenti – in cui appare in filigrana lo stile di Bachelet: un approccio ai problemi razionale, logico più ancora che intellettuale; una sensibilità religiosa che sa riportare all’essenziale della dinamica interpersonale e del rapporto tra l’uomo e Dio anche le tematiche più complesse; la disponibilità, verrebbe da dire la naturale propensione al dialogo».

Effettivamente, per tutta la vita, Bachelet studia, scrive…

In realtà l’esperienza di studio di Bachelet era nata nella consapevolezza di ciò che lo studio può rappresentare non solo per sé, per la crescita e motivazione personale, ma per gli altri, per la società. Si tratta tuttavia di una visione profondamente, ma vorrei dire naturalmente, cristiana che vedeva lo studio come scelta nell’orizzonte vocazionale della vita. Uno studio su cui investire, così come in seguito per la professione, ogni risorsa. A ciò fu aiutato, come tanti altri giovani di quegli anni, dall’istituzione della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (la FUCI) guidata con saggezza da Igino Righetti e da Giambattista Montini. Un metodo formativo rivolto alla formazione di una coscienza intellettuale.

Bachelet è molto impegnato sotto il profilo culturale…

L’impegno culturale per Bachelet, come è stato notato da Romolo Pietrobelli, privilegiava la «fatica intellettuale della comprensione delle posizioni altrui, prima di esprimere giudizi negativi, di opposizione o di condanna», fatica a cui «si sottopose prestissimo, discepolo di una pedagogia dell’ascolto, di una politica dell’intelligenza, piuttosto che attore di un volontariato attivistico e spesso polemico per una conquista superficiale e di breve respiro». Questo certo fu per scelta, ma anche per una sua naturale predisposizione di carattere. Del resto, tutta l’opera intellettuale di Bachelet pare tenere conto di un valore di libertà e di democrazia (non a caso nel 1948 scrive un quaderno di “Ricerca” sulla democrazia universitaria); una posizione che passava per il rispetto e la volontà di comprendere gli altrui punti di vista: «In fondo la curiosità di comprendere ogni altro gruppo e ogni altra persona – diceva Karl Mannheim, – è il fondamento scientifico della libertà».

Dai suoi studi e dal suo profilo culturale discende anche la sua visione dello Stato?

Volendo dare uno sguardo d’insieme che ci fornisca il significato della vasta produzione e delle scelte culturali di Bachelet, potremmo dire con Leopoldo Elia: «Il senso di queste scelte sta in una risposta all’invito che emergeva dalla Costituente e dal periodo successivo alla Costituzione ai cattolici democratici impegnati, cioè l’invito, sottolineato soprattutto da Dossetti e poi da Moro, a non avere paura dello Stato, a servire lo Stato con la coscienza che ormai non bastava, come dice Vittorio in un suo scritto, la cospirazione delle autonomie degli operatori economici di per sé a creare gli equilibri, ma che questi equilibri dovevano essere in qualche modo indirizzati, guidati dall’intervento politico dello Stato».

Sullo sfondo vi è la consapevolezza di appartenere a tutte e due le città: quella celeste e quella terrena…

Ciò che Bachelet intende per impegno politico ci viene chiarito da una intervista del 10 gennaio 1969 che può essere illuminante: «Se per impegno politico si intende fare il galoppino elettorale di qualcuno o di qualche gruppo, l’Azione Cattolica non pensa davvero che questo sia il suo compito. Se invece è l’aiuto e l’invito rispettoso a riferire il proprio impegno e la propria azione alle grandi matrici della ispirazione cristiana, a realizzare l’unità tra fede, vita e azione e ad assumere con coerenza le proprie responsabilità, allora si tratta di quel compito di formazione delle coscienze che ci è proprio».

Il 21 dicembre 1976, Bachelet fu eletto vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, come membro laico. Ruolo difficile in un momento storico complesso?

Bachelet si trovò a presiedere il delicato organismo di autogoverno della magistratura in una fase delicata e segnata da tensioni politiche ed ideologiche che attraversavano il Consiglio stesso. All’interno del Consiglio Bachelet svolse una riconosciuta opera di tessitura fra le varie anime che lo componevano per mantenere lo spirito unitario e garantire, allo stesso tempo, l’autorevolezza. Ciò si vide in particolare in occasione del processo di Torino alle BR e in occasione del rapimento, prima, e dell’uccisione, poi, di Aldo Moro. Ha scritto Pietro Barcellona: «Ricordo i giorni tremendi della lunga prigionia di Aldo Moro, e la sofferenza partecipe di Vittorio Bachelet, il suo tragico timore di un esito mortale; e tuttavia la sua sicurezza: bisognava difendere ad ogni costo i principi dello Stato di diritto».

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