Vita e libertà su quel letto

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L’alimentazione e l’idratazione artificiale con sondino nasogastrico sarà mantenuta inalterata per i primi giorni di degenza al fine di consentire la familiarizzazione del personale assistenziale con le manifestazioni cliniche della signora Eluana Englaro. Termini burocratici, espressioni asettiche, approccio gelido. Fa quasi più effetto rileggere adesso la prima frase del quarto capitolo del protocollo, datato 2 febbraio, che prescriveva le fasi di avvio alla morte della donna arrivata alla casa di cura La Quiete, a Udine. Non sembra nemmeno che si faccia riferimento ad una persona e suona irriverente più che cortese quel titolo di signora . Il testo esprime bene quella corrente di pensiero che vedeva in quel corpo una vita ai minimi termini e senza futuro. In ballo c’erano (e restano) due culture: quella della inviolabilità della vita e quella del diritto alla libertà di scelta. Quando Eluana era ancora in vita, sono state fatte distinzioni tra vita biologica e vita biografica, capace cioè, quest’ultima, di comunicazione e relazione con gli altri. Ma, per noi, queste classificazioni sono sempre pericolose. La dignità della vita di ciascuno è un valore in sé. Anche quando il malato è impedito nell’esercizio delle sue funzioni cognitive, rimane pur sempre un essere umano, mai un vegetale. Sulla scorta di quelle distinzioni e sulla base dell’esito del caso Englaro è emerso un quesito di fondo: se si sia creato o meno un vero e proprio precedente che potrebbe avallare il progressivo abbandono sino ad arrivare addirittura ad una qualche forma di eutanasia praticata su persone con lesioni cerebrali gravi che limitano la capacità di relazione. Ciascuno può disporre di sé come meglio crede, è stato più volte ribadito dai sostenitori del diritto alla libertà di scelta, anche se Eluana non ha lasciato disposto nulla. L’intento, secondo i sostenitori dell’inviolabilità della vita umana, è quello di far attecchire nell’opinione pubblica un nuovo diritto da tutelare, quello a morire, facendo venir meno nella mentalità della gente la necessità di garantire, anche in casi estremi – ma che non giungono all’accanimento terapeutico -, il diritto alla vita, di cui era titolare Eluana. L’eutanasia – pur comprendendo l’atroce dolore e lo sfinimento dei familiari che accudiscono il malato – non può essere la soluzione al dramma del coma e della sofferenza. In mezzo a questo dibattito procede la commissione Sanità del Senato che sta mettendo a punto il testo di un disegno di legge sul fine vita. I lavori dovrebbero concludersi entro febbraio. Nonostante gli scontri verbali in aula, in commissione si registrano atteggiamenti costruttivi, toni pacati, dialoghi approfonditi, che lasciano sperare in un proficuo esito del cammino sulla bozza preparata dal relatore Calabrò (Pdl), sintesi dei dodici disegni di legge (6 Pd, 3 Pdl, 2 Udc, 1 Lega,) presentati dall’inizio della legislatura. Non mancano punti critici. Tra tutti, quello relativo all’idratazione e all’alimentazione, considerati da taluni semplici sostegni vitali e ritenuti da altri atti terapeutici, prossimi all’accanimento. Aspetto controverso resta al momento anche quello relativo alla figura di pubblico ufficiale davanti alla quale stilare la dichiarazione anticipata di trattamento : notaio o medico? Altro quesito: la dichiarazione è vincolante per il medico oppure può decidere, in rapporto di alleanza terapeutica con il fiduciario del malato, un diverso percorso da seguire sulla scorta dei progressi della medicina e dell’evoluzione degli strumenti tecnologici? La riflessione è entrata nel vivo.

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