«Ho visto gli scafisti buttare le persone in mare»

Il 3 ottobre 2013, quasi 400 migranti morirono affondando al largo delle coste di Lampedusa. Nel 2016, in questa data, fu istituita la Giornata internazionale delle vittime dell’immigrazione. Una ricorrenza che vogliamo celebrare riproponendo la cronaca di quel tragico naufragio. La testimonianza di Domenico Colapinto, uno dei pescatori che per primo ha soccorso i naufraghi di Lampedusa. Erano stremati, senza vestiti. «Ho potuto salvarne solo 18, mentre gli altri alzavano le braccia e venivano seppelliti dalle onde»
Lampedusa

La voce di Domenico Colapinto è impastata di incredulità e di dolore. Stava rientrando da una notte in mare con la sua barca quando arrivato all’altezza della Tabaccara, una delle calette dell’isola di Lampedusa, ha visto uno scafo e insieme alla sagoma della barca centinaia e centinaia di corpi in mare, alcuni ancora in vita, altri già annegati. Lui non ha chiuso gli occhi di fronte a questa massa umana precipitata in acqua.

Tanti li buttavano gli scafisti, altri si lanciavano alla ricerca della salvezza «Mentre ne recuperavo uno, vedevo un altro andare a fondo e non potevo fare niente. Ne ho salvati 18 e ho recuperato i cadaveri di due donne». Il racconto concitato della tragedia che stamattina si è consumata sulle coste di questo scoglio del Mediterraneo si anima di particolari: «In gran parte erano senza vestiti, unti di grasso o di gasolio ed era difficile poterli recuperare. Ci scivolavano dalle mani, erano stremati e il nostro equipaggio non riusciva quasi a issarli a bordo. Poi gli abbiamo dato pantaloni, camice, magliette: tutto quello che di asciutto e pulito avevamo a bordo».

L’equipaggio di Domenico non ha numeri di una nave: sono appena in tre. «Gli abbiamo buttato i salvagenti, li avvicinavamo per prenderli a bordo e nel frattempo il barcone si allontanava scaraventandone altri in mare. Abbiamo avvertito la capitaneria, ma non sappiamo se sono riusciti a fermare questi assassini». Sono parole di condanna e di rabbia, quelle che esprime contro questi mercanti di morte che tante volte «la fanno franca perché si mescolano tra di loro o fuggono su altre barche amiche».

Domenico non immaginava certo di diventare l’eroe di questa tragedia. Vive a Rimini e da cinque mesi si è trasferito sull’isola per portare avanti la sua attività di pesca a strascico con il fratello e il nipote. «Ne abbiamo visti morire tanti davanti ai nostri occhi, tante donne, tanti bambini. Siamo stremati e mi accompagna una sensazione brutta. Ho il cuore pesante. Oggi doveva essere una giornata di lavoro e invece…». E invece una nuova tragedia investe Lampedusa.

Mentre Domenico parla, decine e decine di sacchi blu vengono affiancati sul molo Favarolo. Contengono i corpi recuperati: ci sono tante donne, come Domenico aveva visto, di nazionalità eritrea, ghanese e somala. L’isola è sotto shock: una cappa di morte di proporzioni mai viste è calata sugli abitanti. «Non abbiamo neppure le bare per poterli riporre in un luogo degno» è il commento a caldo di uno dei lampedusani accorsi al porto, mentre la sirena delle autoambulanze continua a ferire le orecchie. Anche il sindaco Giusi Nicolini è sul molo a capire, a chiedere aiuto. Questo naufragio non è l’ennesimo: è sul serio una tragedia e ancora una volta Lampedusa è sola.

 

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