Virdimura guaritrice ferita

Il romanzo scritto da Simona Lo Iacono sulla donna ebrea che sfidò le regole del mondo maschile e divenne medico

“Prendersi cura” è un’espressione ormai frequente nel linguaggio comune e tanto cara a papa Francesco, che in uno dei suoi Angelus ha precisato: «Se vogliamo ricostruire speranza, occorre abbandonare i linguaggi, i gesti e le scelte ispirati all’egoismo e imparare il linguaggio dell’amore, che è prendersi cura… Questo è l’impegno: prenderci cura della nostra vita, del nostro tempo, della nostra anima; prenderci cura del creato e dell’ambiente in cui viviamo; e, ancor più, prenderci cura del nostro prossimo, di coloro che il Signore ci ha messo accanto, come pure dei fratelli e delle sorelle che sono nel bisogno e interpellano la nostra attenzione e la nostra compassione».

Prendersi cura è anche il filo rosso che intesse Virdimura, l’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, edito da Guanda. Virdimura – nome che, alludendo all’erba nata sulle mura di Catania, unisce debolezza a forza – era un’ebrea vissuta in Sicilia nel 1300 in un eccezionale periodo di scambi fra culture cristiana, islamica ed ebraica. Orfana di madre e figlia di un medico esperto nei segreti delle piante e nei progressi delle scienze, fin da piccola mostrò una grande passione verso la medicina, interesse che continuò a coltivare grazie al marito Pasquale, lui pure medico e suo alleato fedele contro ogni avversità. In Sicilia, infatti, non esistendo all’epoca una vera e propria Scuola di medicina, la pratica dell’arte sanitaria avveniva principalmente in famiglia, qualora fosse presente un componente medico. Proclamata “dutturissa” da una commissione di esperti, Virdimura fu la prima donna autorizzata ad esercitare nell’isola la professione medica e chirurgica, da lei intesa come missione rivolta indistintamente a musulmani, cristiani ed ebrei. In più, dietro sua richiesta, nella licenza le venne concesso di curare gratuitamente i malati indigenti, ai quali – rappresentando all’epoca il ricorso ad un medico un privilegio per pochi – erano precluse le cure sanitarie.

Molto stimata non solo per le sue competenze mediche, ma anche per il suo operato che alleggeriva il compito dei medici cristiani specialmente in occasione delle epidemie, come durante la tragica peste nera del 1347, si dedicò in modo particolare alle pazienti donne, in un periodo in cui tante fra quelle violate e disonorate pur senza loro colpa ricorrevano alla chirurgia plastica per nascondere l’onta.

Esempio significativo, anche se purtroppo isolato, di superamento dei pregiudizi religiosi e di riconoscimento del ruolo della donna in un contesto sociale multietnico come quello siculo, la vicenda singolare di questa medico delle categorie più deboli non poteva non attirare l’attenzione della Lo Iacono, siracusana e magistrato della Corte d’appello di Catania, che con lo stesso slancio e studio delle fonti profusi nei suoi precedenti romanzi è riuscita a far rivivere – sullo sfondo di una Catania ribollente di vita, commerci e religioni – questa donna fiera e coraggiosa che ha molto di che farci riflettere anche se vissuta in un’epoca lontana.

Conferma l’autrice: «In effetti il libro è il frutto di tanta ricerca, mi sono basata sia sul testo latino della licentia curandi rilasciata a Virdimura il 7 novembre 1376 (il documento è custodito nell’archivio di Stato di Palermo), sia sulla storia della medicina e della chirurgia in epoca medioevale, tratta da vari saggi, sia sui ricettari del 1400 degli antichi medici catanesi. La stesura però è andata avanti in forza di impulsi poetici, oltre che di documentazione storica, e del desiderio di fare percepire la protagonista del romanzo come donna appassionata, ferita ma forte, guarita e guaritrice». Il riferimento è ai contrasti e alle vicissitudini sperimentate da questa ebrea che per tutta la vita si trovò a lottare contro l’invidia, le superstizioni, le accuse di stregoneria e le regole del mondo maschile per affermare il diritto di tutti a essere curati e quello delle donne a essere libere.

Uno dei pregi del romanzo è la freschezza di un linguaggio parlato sapientemente plasmato: «La parola – osserva la Lo Iacono – è stata anch’essa frutto di una strada nascosta e più interiore che esplicita, che affiorava e si nutriva sia dell’ebraico antico, sia del dialetto, sia del volgare, ma sempre così, per intuito e perché guidata dal desiderio di restituire a Virdimura la sua voce».

Nel romanzo viene immaginata ormai anziana, chiamata da un consesso di medici ad esaminare le sue capacità mediche, che dopo aver fatto scorrere davanti ai loro occhi l’intera sua vita, fa un vibrante appello per vedersi assegnata la licentia curandi, necessaria perché l’ospedale da lei creato con le sue allieve possa riprendere a lavorare. «So che mai la concedeste á una donna. So che non è previsto che una fimmina possa farsi dutturi. Ma non la chiedo per me. Non è per me, infatti, che mi sono sottoposta a questa vostra prova. […] Ve lo chiedo invece per le mie allieve. Per le donne che sono state e che diventeranno. Ve lo chiedo per le figlie che non ho avuto. Per i bambini che ho amato nei figli degli altri. Per quelli sepolti tra i biancospini. Fatelo per loro. […] Fatelo per tutti quei medici che […] ebbero a cuore la fragilità che ci avvolge. E che non vollero essere altro che guaritori feriti».

Dopo di lei – conclude l’autrice – «le donne furono ufficialmente ammesse alla pratica dell’arte medica, come gli uomini, ed esercitarono non più soltanto le attività tipiche delle levatrici, ma anche la professione di chirurgo e di esperte in medicina generale. La dottoressa Virdimura continuò a curare i poveri e i diseredati fino alla morte, lasciando alle allieve metodo di studio, abnegazione pere il malato e senso di giustizia. Nel raccontare la sua storia ho cercato quindi di trattenere il suo ricordo e di continuare a sentirla viva. Di vederla ancora guarire, amare, tornare».

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