Vincenzo Milletarì, largo ai giovani!

Vincenzo Milletarì e il suo debutto nel concerto sinfonico con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna

Vincenzo Milletarì ha 31 anni, è di Taranto, è asciutto, atletico, ama il nuoto e il calcio, parla inglese, studia tedesco e danese. È irrequieto, dinamico, ha studiato sassofono, clarinetto, composizione ed ora è uno dei più promettenti direttori d’orchestra italiani.

Riccardo Muti lo ha preso sotto la sua ala come allievo dell’Accademia dell’Opera Italiana di Ravenna e dal 2017 è in carriera: Danimarca, Svezia, Cekia e poi da noi Macerata e Parma.

Su canale You Tube dal 14 marzo è visibile il suo debutto nel concerto sinfonico con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Un complesso storico, affidabilissimo, lasciato da poco da Michele Mariotti, altra punta del giovani direttori, che gli ha lasciato il senso del suono melodioso, caldo.

Vincenzo dirige tre brani: l’Ouverture di Mendelsshon Le Ebridi, la Sinfonia n. 8 “Incompiuta” di Schubert e la Sinfonia “Praga” di Mozart.

Mendelsshon, si sa, è musicista del romanticismo felice. La sua ouverture del 1830 corrisponde ad un viaggio compiuto nel nord della Scozia alla Grotta di Fingal, quanto di più romantico si possa immaginare. Ma nessuna svenevolezza nella musica equilibrata, dolce ed energica. Un gioiello di leggerezza che la direzione di Vincenzo contiene con una misura giusta, un gesto chiaro.

Un impegno certo maggiore richiede Schubert nella sua sinfonia incompiuta, non si sa bene per quale motivo, ma che in verità appare pienamente conclusa. Questa non è una sinfonia, ma un mondo. Non solo l’anima di Schubert, la sua sensibilità fragile, affettuosa, ansiosa del futuro, ma un canto melodioso, accorato dell’umanità, rivestito di purezza e di luce. Al primo tempo sommesso e mosso da un disegno insistente degli archi sotto la melodia dell’oboe e del clarinetto lamentosamente bella, succede il secondo, ricco del canto schubertiano breve e chiaro che si muove insieme all’orchestra, dove legni e ottoni vibrano con una pastosità tipicamente bolognese. Il gesto direttoriale indica, accompagna in modo morbido e si direbbe affettuoso.

Mozart trentenne è già di una maturità sconvolgente. Pieno di vita, brillante, scorrevole nei tre tempi – una vita, la sua vita – con quel chiudere in “levare” limpidissimo, pieno di gioia. Il direttore ora  è sciolto, esce un suono fluido, bellissimo dall’orchestra. Tutto è chiaro come il sole. Da ascoltare e vedere.

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