Vincenzo Agostino morto senza tagliare la barba, atto di accusa contro la mafia nello Stato

La sua barba bianca ha denunciato, per 35 anni, la morte senza giustizia di Antonino Agostino e Ida Castelluccio. Testimone muta e silenziosa di una Sicilia che soffre. Di una Sicilia vittima della protervia mafiosa.
Vincenzo Agostino con la foto del figlio Antonino Agostino e della nuora Ida Castellucci, foto Ansa

Vincenzo Agostino se n’è andato il 21 aprile e non parlerà più. Continuerà a parlare il ricordo di quella barba e di quei capelli bianchi, mai tagliati da 35 anni a questa parte.

Ieri la camera ardente alla caserma Lungaro, stamattina alle 11 il funerale nella cattedrale di Palermo. Per rendere l’ultimo omaggio a Vincenzo Agostino sono arrivati don Luigi Ciotti, il presidente della regione, Renato Schifani, il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, il questore Maurizio Vito Calvino.

Vincenzo Agostino non ha fatto in tempo a tagliare la sua barba. Aveva promesso di non tagliarla davanti alla bara di suo figlio Antonino, poliziotto in servizio a Palermo, che collaborava con i servizi segreti. La mafia decise di ucciderlo e non gli diede scampo. Antonino Agostino venne ucciso a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989, insieme alla giovane moglie e al figlio che lei portava in grembo. Si erano sposati pochi mesi prima.

Uno dei killer, Antonino Madonia, è stato condannato in appello, per Gaetano Scotto il processo è alle fasi finali ed è così anche per l’ex prefetto Antonio Daloisio. Vincenzo Agostino attendeva la sentenza che gli avrebbe consentito di tagliare quella barba, come aveva promesso. Dovrebbe arrivare prima dell’estate. Un altro responsabile, Giovanni Aiello, ex poliziotto, è morto. Poco prima Vincenzo Agostino aveva riconosciuto in lui, l’uomo soprannominato “faccia da mostro” per il suo viso butterato, l’uomo che aveva cercato Antonino il giorno prima dell’attentato. Aiello è poi morto per un infarto.

Vincenzo Agostino aveva detto di recente: “Sento che tra poco potrò tagliare la mia barba”. Attendeva la sentenza definitiva. Non ha fatto in tempo. Così come non ha fatto in tempo la moglie, Augusta Schiera, la donna che gli era stata accanto in molte battaglie, morta cinque anni fa, nel 2019.

Il processo dunque è alle fasi finali. Ed ha restituito all’Italia una triste verità. Quella di pezzi dello Stato collusi con la criminalità. Pezzi di verità che delineano la triste realtà di un paese che ha sempre allevato “le serpi in seno” e per questo non è mai riuscito a sconfiggere la mafia. E tanti morti, troppi morti, hanno insanguinato le nostre strade. Tra questi anche Antonino Agostino e Ida Castelluccio. E il loro bambino mai nato.

“La lunga barba bianca di Vincenzo Agostino ha rappresentato per noi il segno della resistenza attiva e proficua alla mafia e alle tante forme del ‘male strutturato’ che ardiscono eliminare finanche – come lui stesso ebbe a dire – il ‘bene di un figlio, di una nuora, di un bambino […] mai conosciuto’; che sterminano Nino, un onesto e accorto servitore dello Stato, la sua giovane moglie Ida e il bambino che avevano concepito da pochi mesi”: così si è espresso l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, che questa mattina ha presieduto il rito funebre in cattedrale. Una cattedrale gremita di gente, di tutti coloro che non sono voluti mancare al rito funebre. Volti che esprimevano il grazie ad un uomo che si è battuto per tutta la vita per chiedere la verità. La verità e la responsabilità che – come aveva più volte ripetuto – non erano da cercare solo tra le fila della mafia, ma anche dentro lo Stato. La svolta alle indagini era arrivata solo nel 2011: ed ha dato ragione alla sua intuizione.

Le parole di Lorefice sono anche una disamina lucida e precisa della situazione attuale. “La mafia – ha aggiunto – insanguina le strade della città, sparge afflizione nelle case e nelle famiglie, pianifica depistaggi, compra silenzi e connivenze anche tra esponenti del potere politico e delle istituzioni dello Stato. Questa è la notte! La notte delle persone, la notte delle comunità, del raffreddamento dei cuori, dell’idolatria del potere e delle cose materiali. L’eclissi del patto di fedeltà. Degli alti valori umani. Del rigore etico privato e pubblico. Della formazione delle coscienze”.

Per sconfiggere la mafia bisogna ripartire dalle coscienze, dalla formazione, dal rigore etico. Dalla legalità. E quella barba che Vincenzo Agostino non ha mai tagliato “è stata anche narrazione del suo vegliare nella notte, dell’uomo che con gli occhi penetra l’oscurità e attende con certezza l’irrompere della luce della verità che l’orgoglio e la tracotanza di uomini corrotti e alla ricerca di potere credono di sopraffare. Ha infuso speranza. Ha chiesto di non assopirci. Ci ha provocati a non cadere nell’indifferenza deresponsabilizzante e a non abituarci al male. Quella barba e quei capelli bianchi che esaltavano i suoi occhi pieni di luce nonostante le tenebre, sono stati per noi monito a rinnovarci, a rimanere desti, a porre domande”.

Nella cattedrale risuona anche la voce del nipote, Nino Morana. “Oggi non è solo dolore, ma rabbia, rabbia verso lo Stato italiano per averti seppellito con quella tua barba bianca, senza che si sia raggiunta quella verità che hai a lungo cercato. Ma la tua lotta non finisce qui”.

Lo ricorda da Roma anche Franco La Torre, figlio di Pio la Torre, il segretario del Pci anch’egli ucciso dalla mafia nel 1982. È la voce dei familiari delle vittime innocenti di mafia, uno stigma che non si cancellerà mai. “Ho conosciuto Vincenzo Agostino lo scorso anno, nel giorno della commemorazione della morte di mio padre. È stato uno degli incontri più emozionanti. La sua figura emanava l’impegno e la passione del grande combattente. La sua battaglia per la ricerca della verità è un grande esempio. E ci lascia anche un messaggio di speranza. Perché aveva annunciato che “forse la barba ce la potremo tagliare tra un po’”.

Anche Franco La Torre vive nel ricordo del padre. Che fu autore della legge Rognoni – La Torre, approvata solo alcuni mesi dopo la sua uccisione, una legge nata dalla sua intuizione, dall’aver capito che per sconfiggere la mafia bisognava aggredire i capitali mafiosi e bisognava individuare il reato di “associazione a delinquere di stampo mafioso”. Guardando alla storia della mafia oggi, in Sicilia e non solo. Come racconta anche nel suo ultimo libro “L’antimafia tradita. Riti e maschere di una rivoluzione mancata”. Nel ricordo di Pio e delle sue intuizioni, il libro è anche un atto di accusa contro un’antimafia che ha tradito il suo mandato originario. “Perché la mafia si è nascosta tra i gangli dell’antimafia”.

“C’è stato in questi anni uno scarso impegno delle classi dirigenti su questi temi – spiega Franco La Torre – chi si maschera dietro l’antimafia per perseguire l’antimafia. Il fenomeno più grave è quello di classi dirigenti infedeli alla Costituzione, di pezzi di Stato, di imprenditoria, di economia, che lavorano per acquisire illecitamente appalti e commissioni e piegano la società facendo strale della legalità”.

Vincenzo Agostino lo aveva capito. Come Pio La Torre. Come Carlo Alberto Dalla Chiesa. Come Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino…

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