Vince la memoria

Nel film Bolero di Claude Lelouch c’è una scena in cui dall’interno di un carro piombato, su un treno di deportati diretto verso i campi di sterminio nazisti, vengono schiodate le assi del pavimento e, durante una sosta del convoglio, un bambino viene fatto calare attraverso quel foro e messo in salvo. Quel bambino aveva un nome, Roman Polanski, e in quel modo si salvò dall’inferno dei lager. Nei suoi film precedenti il regista polacco – autore di opere come Rosemary’s Baby, Chinatown, Frantic – non aveva mai voluto affrontare il tema dell’Olocausto. Un doloroso ricordo da evitare, una ferita da non riaprire. Tanto è vero che Polansky aveva rifiutato l’offerta di dirigere Schindler’s List fattagli da Steven Spielberg. Con Il pianista, Palma d’oro, Polansky ha però evitato ancora una volta di toccare le corde dell’autobiografia, proiettando invece nell’esperienza altrui il profondo senso di una sofferenza indissolubilmente legata alla memoria. Dalla testimonianza di Wladyslaw Szpilman, il pianista ebreo che si salvò dalla deportazione per il magico effetto della sua musica che fece breccia nella sensibilità di un ufficiale tedesco, Roman Polansky ha tratto un film intenso e carico di suggestioni, ispirato e toccante. Un film che sa evitare il ricatto delle facili emozioni e della commozione a buon mercato. Il Gran Premio della Giuria è andato a L’uomo senza passato del finlandese Aki Kaurismaki, che con Kati Outinen ha vinto anche il premio destinato alla miglior attrice. Chi dà vita al titolo è un operaio saldatore che perde la memoria dopo essere stato aggredito e rapinato. La sua salvezza e il suo recupero alla vita arrivano per opera di alcuni disoccupati che bivaccano nel porto e di una giovane donna impegnata nel volontariato. Un film dove la speranza è sempre accompagnata da un humour che non viene mai meno e che nel suo fiducioso messaggio di solidarietà fa il paio con il film di Polanski. Il Premio della Giuria è toccato a Intervento divino del palestinese Elia Suleiman. Titolo e argomento rimandano al Vagabondo delle stelle di Jack London, con un prigioniero che nel buio della sua cella evade dalla privazione della libertà rifugiandosi nel sogno e nell’immaginario. Un film che riporta nella più stretta attualità della crisi mediorientale e che con il doppio filo della valenza politica e di quella morale cuce assieme i lembi di una tragedia storica che da più di cinquant’anni si sta mettendo di fronte israeliani e palestinesi. Giudizio salomonico per il premio riservato alla miglior regia, diviso a metà fra Punch-Drunk Love dell’americano Paul Thomas Anderson e il coreano Chiwaseon (“Ubriaco di donne e di pittura”) di Im Kwon Taek. Diretto dal regista di Magnolia, Punch- Drunk Love è un altro film incentrato sul tema della salvezza (motivo ricorrente di questa 55ª edizione). Questa volta le sabbie mobili nelle quali si impantana il protagonista sono quelle di una pubblicità ingannevole e perfida, di quiz che con il miraggio di facili e cospicui guadagni rubano l’anima dei concorrenti, mentre l’angelo custode incaricato di compiere il miracolo è Emily Watson. Non nuova a ruoli del genere dopo Le onde del destino di Lars von Trier. Altro miracolo, nel “palmarès” finale, per il coreano Chiwaseon, film di cui non si è accorto nessuno. Tranne la giuria. Che, come al solito, non ha mancato di riservare sorprese suscitare polemiche. Soprattutto nei riconoscimenti riservati agli attori. Dove i pronostici davano per scontate le “palme” Jack Nicholson per Abaouth Schmidt dell’americano Alexander Payne o Timothy Spall per All or Nothing dell’inglese Mike Leigh (il premio per il miglior attore è andato invece al belga Olivier Gourmet, protagonista del Figlio dei fratelli Dardenne), e ad Ariane Ascaride per Marie- Jo e i suoi due mariti del francese Robert Guediguian o a Miranda Richardson per Spider del canadese David Cronenberg. Omissioni, confusioni ambiguità di un festival. Ricordiamo infatti la protesta del Congresso ebraico che, accusando la Francia di antisemitismo, ha chiesto a Hollywood di boicottare il Festival di Cannes, ricevendo il primo secco no proprio dall’ebreo Woody Allen, che a Cannes si è presentato con il suo fresco Hollywood Ending. Un “pasticciaccio” l’ha combinato, secondo noi, anche la Giuria Ecumenica che ha assegnato il suo premio all’Ora di religione di Marco Bellocchio. Un riconoscimento sconcertante( 1), che potrebbe far segnare il passo ad un premio assegnato congiuntamente da cattolici e protestanti.

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