Viaggio nella notte etrusca

In barca con gli amici. Costellazioni, miti, luci. Riflessioni ad occhi aperti.
Mare
La luce calda del tramonto è una preparazione trepida alla notte, che si annuncia perfetta. Alcune notti arrivano brusche e ti colgono di sorpresa – come accade ai Tropici –, ma dolci e lievi sono le notti d’estate del Mediterraneo, gonfie di odori e grevi di malinconie.

Mentre lo scafo vibra e la randa e il fiocco fanno avanzare la barca sulla rotta prevista verso l’Elba, grazie ad una brezza tesa da Nordovest – sembra che il Maestrale sia in arrivo –, decidiamo i turni di guardia al timone. Chi avrà la comandata da mezzanotte alle quattro vorrebbe riposare un po’, ma la compagnia di questo equipaggio è così lieta che si fa fatica a scendere giù in cuccetta per dormire.

La confidenza piena, la complicità totale di un equipaggio – eppure ci siamo ritrovati solo poche ora fa, dopo un anno – è uno dei grandi doni che il mare fa ai naviganti, magico e antico come il tempo.

Questo viaggio ai confini della notte è denso e salmastro per le nostre anime: è stato un anno duro e un po’ buio per tutti, e certe navigazioni per i mari nebulosi del nostro quotidiano vivere sembrano perfettamente espresse da questo tragitto notturno.

 

Ma stasera pare proprio che il mare voglia farci un dono, perché tutto è armonia.

Il fremere tranquillo dell’acqua sulla prora; gli ultimi bagliori del giorno che termina in una limpidezza insolita; i riflessi di rosa, d’indaco e di madreperla che colorano un mare appena increspato e salutano il giorno che se ne va; il vento che canta sulle nostre vele e fa vibrare il sartiame come l’archetto di un violino la sua cassa armonica: è come vivere dentro una sinfonia, tra le righe e le note di una partitura di cui mare e vento sono i grandi autori.

Poter vivere questo dono breve e intenso di amicizia è l’occasione che ci viene concessa, e non la manchiamo.

Così le parole si fanno più rade a mano a mano che l’oscurità avanza e la sera fresca e silenziosa scende come un balsamo, mentre gli affanni sembrano scadere di poppa insieme alla scia della barca.

La notte, che arriva piena, salmastra ed orizzontale – e mai come in alto mare, l’orizzonte pieno e rotondo che circonda lo scafo, questa parola ha senso –, è perfetta, come si annunciava.

 

Quando ci affacciamo nel pozzetto per dare il cambio al timone agli altri due, ci troviamo pronto un caffè lungo, forte e bollente che aiuta a svegliarci.

Lo spettacolo del cielo è superbo. La Stella Polare è notoriamente fissa a indicare il Nord perfettamente – di poppa, visto che la nostra prora è Sud pieno – e lo sguardo vaga in cerca delle costellazioni più note. Mentre siamo ancora tutti in pozzetto, ci aiutiamo nel riconoscere le vecchie amiche costellazioni e memorizzare quelle meno note e un po’ dimenticate.

L’alto mare e l’assenza della luna – ma farà la sua breve apparizione anche lei, falce sottilissima e rossa –permettono una visibilità che solo in alta montagna è possibile godere. Così ecco Boote con Arturo, e Spica della Vergine e la costellazione del Leone, appena sotto l’Orsa Maggiore. Ad Ovest si scorge la corona boreale, anello di deboli stelle che ci ricordano del dono di Dioniso per Arianna dopo che Teseo – l’eroe del Minotauro – l’abbandonò sull’isola di Naxos (ecco l’origine del modo di dire piantare in asso, anzi “in-Naxos”!).

E poi la stella Deneb, della costellazione del Cigno (uno dei tanti travestimenti di Zeus per concupire donne mortali), Vega della Lira e Altair dell’Aquila.

Se lo sguardo torna a Nordest, si vede Cassiopea, la costellazione a forma di doppia W. Vanitosa regina d’Etiopia, sfidò in bellezza Anfitrite, regina delle nereidi, ninfe del mare amiche dei marinai, e fece scatenare l’ira di Poseidone, suo sposo.

Solo il sacrificio della figlia Andromeda avrebbe fatto cessare la carestia che si era abbattuta per punizione sul loro regno. Ma l’eroe Perseo – eccoli tutti lassù questi personaggi, che danno il nome a costellazioni vicine tra loro – salvò Andromeda cavalcando Pegaso, il cavallo alato uscito – ma che fantasia! – dalla testa della Gorgone recisa dalla sua lama di diamante.

 

Ma certo che è un gioco! Eppure le costellazioni ci parlano dei miti fondanti della nostra civiltà, che i greci più di ogni altro popolo seppero condensare nelle loro credenze religiose.

Che emozione per questo piccolo equipaggio vedersele squadernate nel cielo. Sempre a disposizione, ogni notte senza nuvole, per chi riesca ad alzare gli occhi verso l’alto e fuggire ogni tanto dalle luci delle città.

Luci puntiformi laggiù sulla costa lontana, che al confronto con un cielo così appaiono un po’ false.

Ma poi ci diciamo che non è vero! È proprio nell’assenza delle Luci più vere che l’uomo ha ricreato un cielo quaggiù – cielo fatto di cuori e di rapporti – perché è in terra che si gioca la partita vera.

 

Ad un certo momento della navigazione il mare si ingrossa. Armiamo perciò le cinture di sicurezza agganciandoci con un robusto moschettone alla life-line, cima attestata da prora a poppa che consente di far le manovre in sicurezza. È una idea semplice ed efficace che può salvare una vita, eppure stanotte mi pare più che altro uno strano cordone ombelicale.

Che buffo. Legati alla barca? Ma se è di per sé stessa un elemento in viaggio, mobile scafo dentro un mare ancora più mobile, sotto un cielo stellato che ricorda quanto la Terra sia essa stessa una gigantesca astronave in viaggio nel cosmo, a velocità folle ruotante intorno al Sole.

 

Riprende l’osservazione del cielo. Stanotte si scorge bene anche la Via Lattea, ora che i nostri bastoncelli si sono adattati al buio. La storia del mito è nota: alla divina Era, sposa di Zeus, toccò allattare Eracle (Ercole), ennesimo figlio illegittimo dello stesso Zeus che sotto le mentite spoglie di Anfitrione aveva concupito Alcmena sua moglie. Quando Era scoprì che Eracle non era suo figlio – concreta prova di un altro tradimento –, si liberò del poppante e il divino latte si sparse nel firmamento.

Tremila anni fa se la cavavano così per spiegare il mondo e il cielo.

 

Ma stanotte la Via Lattea – la nostra galassia vista di taglio – ci ricorda piuttosto che siamo solo una piccolissima porzione di un universo in espansione. Giusto per completare la sequenza di infiniti movimenti a cui siamo sottoposti, a cui cerchiamo di opporre la fissità – fissità? – delle nostre cinture di sicurezza.

Mentre al timone sto attento ad osservare le luci in mare – sono navi alla fonda, qualche peschereccio che ci incrocia, fari e fanali che dalla costa ci inviano i loro segnali luminosi –, penso a quanto siano peculiari le leggi della navigazione notturna rispetto al navigare di giorno.

Mentre di giorno la visibilità è totale, di notte l’altro (come se anche noi non lo fossimo) sarebbe invisibile se non inviasse i suoi segnali in codice – precisi e inconfondibili – per essere riconosciuto.

E il ricevente deve conoscerli, quei segnali luminosi, se vuole incrociare tranquillo, evitando rotte di collisione.

Perciò la notte ci obbliga e ci allena ad un reciproco esercizio di identità, all’acquisizione di un codice comune, semplice quanto fondamentale.

I fari e i fanali – come le luci di via e quelle di fonda delle imbarcazioni – stanno lì per inviarci segnali inequivocabili fatti di lampi e di eclissi, ma sarebbero del tutto inutili – solo luci perse tra mille altre – se non sapessimo decodificarle.

 

La tappa di trasferimento volge al termine, e con essa la notte.

Fa capolino il primo spicchio di sole: un’alba delicatissima e discreta annunciata dal tenue rossore che Eos, la dea dell’aurora, accende ad Est, dove le dolci colline della Maremma disegnano profili a noi conosciuti e famigliari.

È come uscire da un sogno: il sogno di una etrusca notte di mezza estate, che valeva la pena di passare ad occhi aperti.

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