Viaggio esteriore e interiore

Mettersi in cammino, senza fretta. Col rischio, all'arrivo, di ritrovarsi cambiati.
Una bibita fresca in giardino e la brezza del tramonto sui Castelli Romani aiutano François a distendere i piedi, appena un po’ gonfi, sotto il tavolo e a dare voce al suo racconto. Notaio in pensione, è partito 45 giorni fa, con un amico, da casa sua, nella Borgogna, a sud-est di Parigi, ed è arrivato ieri sera a piazza San Pietro.

 

«L’idea di camminare mi ha sempre affascinato. Dopo aver percorso molte strade della Francia e il cammino di Santiago, ho voluto conoscere la via percorsa dai nostri antenati credenti. Lungo la strada tutti ci hanno accolto con grande gentilezza, a cominciare dalle comunità religiose che per tradizione millenaria danno ospitalità ai pellegrini. Il significato profondo del pellegrinaggio, lo lascio dire a Thomas Merton: “Il pellegrinaggio geografico è l’esternazione simbolica di un viaggio interiore. Il viaggio interiore è l’interpolazione dei significati e dei segni del pellegrinaggio esteriore. Si può vivere l’uno senza l’altro, ma è meglio viverli entrambi”. La strada per Santiago è molto affollata: qui invece, dove fisicamente è più difficile, la solitudine del cammino permette momenti impareggiabili di silenzio per la riflessione, la meditazione, la preghiera».

Una via frequentata dunque solo da persone di fede? Non è vero. Anche gli atei… hanno le gambe per camminare; caso mai la differenza sta in cosa rimane negli occhi degli uni e degli altri lungo il cammino! Su cammini di questo tipo si incontrano laici e credenti, persone molto diverse che, spinte dai più diversi motivi, hanno scoperto, un po’ alla volta, il grande fascino del viaggiare a piedi, in un mondo sempre meno interessato alla lentezza ed alla riflessione.

Non solo escursionisti o alpinisti, ma anche persone che calzano scarpe da trekking per la prima volta, convinte che poche cose possono risultare così avvincenti come andare a dormire ogni sera, per qualche settimana, in un posto differente da quello in cui ci si è svegliati. Nemmeno allenarsi è necessario: il cammino stesso, giorno dopo giorno, risulta allenante.

Chiedo a François quanto coraggio ci voglia per lasciare tutto e partire. Sorride. Forse ce ne vuole meno che ad immettersi sulla tangenziale di Milano. L’unico coraggio necessario è quello di accettare di mettersi in discussione. Come si legge nella Guida alla via Francigena: «Il pellegrino è colui che cerca, accettando l’incalcolabile rischio di trovare veramente. Perché trovare significa non essere più quello che si era prima. È cambiare. È morire. Per rinascere».

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