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Cultura > Mostre

Viaggiare l’infinito con Mark Rothko

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Firenze omaggia con oltre 70 opere l’artista lituano-americano, scomparso nel 1970. Un percorso di poesia e spiritualità tra Palazzo Strozzi, la Biblioteca Laurenziana e il Museo di San Marco.

Mark Rothko, Untitled 1952-1953 olio su tela cm 299,5 x 442,5. Bilbao, Guggenheim Museum Bilbao, Cat. Rais. n. 483 © FMGB Guggenheim Bilbao Museoa, photo Erika Barahona

“Trasumanare”. Il verbo inventato da Dante balza subito alla mente nel brivido che ci coglie a Palazzo Strozzi di fronte ad Untitled (1952-1953). Viene spontaneo, tanta è la forza del colore che fa “trasumanare” gli spazi, percorsi da una luce che li esalta e li trasfigura. Ogni colore è emozione, e intensa, durevole. Ma per coglierla lo può fare solo il silenzio assoluto, dentro e fuori di noi. Necessario sempre davanti all’arte, con Rothko indispensabile, pena il rimanere all’esterno di una dimensione di bellezza che ci trascende e ci lascia senza parole. Queste, lo dicono le folate di colore dal tratto rapido, denso e leggero, di natura spirituale.

Mark ci invita a fare con lui una esperienza di ricerca dell’infinito. Superati gli anni in cui, quasi da autodidatta, si esprimeva in forme neo-surrealiste, egli è approdato ad una visione della luce e del colore espressa in pennellate finissime, ricche di velature, come ”soffiate”. Viste da vicino creano una atmosfera di poetica contemplazione. E di forza.

Lo splendore abbagliante che sa di una creazione “ricreata” ci sorprende nelle tinte ampie di Untitled (1952-1953): rosso arancio e giallo in dialogo tra loro – e noi con loro – a spalancare uno spazio di armonie in oro e fiamma. Una “mirabile visione”, a dirla con Dante, ci riempie dello stupore che ci invade la prima volta che vediamo qualcosa di bello, misterioso e tangibile, con gli occhi e l’anima. E udiamo parole di poesia. Rothko, come fra Giovanni Angelico che ben conosce, compie una sorta di viaggio entro un paradiso delicatissimo ma pure ampio e spazioso come la pittura fiorentina di Giotto, e distribuisce un cromatismo che richiama gli affreschi di Pompei che l’hanno incantato. Il colore è vita, quasi libera da ombre. È amore.

Un amore che si fa ricerca di profondità. Ecco le tele dove i colori sono verde e blu dolcissimi (Untitled 1957) o Blu giallo e blu su blu (1953). È poesia, sono parole nascoste in queste vibrazioni del pennello. Ci si avvicina, si sfiora con lo sguardo la tela, le pennellate date a tratti densi eppure leggeri. Scatta in noi, se siamo accorti, una sorta di ingresso in un’atmosfera dove ogni colore “dice” un brano di universo. Rothko pare volerci portare fuori dalla terra  per farci viaggiare nel cosmo, in una dimensione da penetrare man mano, oltrepassando ogni possibile fatica o dolore.

Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, il pittore, ormai famoso, viaggia in Europa, in Italia, specie a Firenze, intensifica il rapporto con il colore. Esso diventa ormai una finestra aperta sull’infinito che è in noi ma che ci porta ad un infinito che è fuori o sopra di noi.

Mark Rothko, Untitled 1969 olio su tela cm 266,1 x 289,6. Collezione privata Cat. Rais. n. 824 – Estate inv. 5214.69 ©1998 by Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko / Artist Rights Society (ARS), New York / SIAE, Roma

Le tele appaiono quasi uniformi, spente sui toni del grigio e del nero (Untitiled 1969). Le tre tele, nei colori bassi, si direbbero umili, potrebbero venire scambiate per un monocromo e invece rappresentano una nuova tappa di visione. C’è levità, una stesura calma che trasmette un sentimento di pace. Non è notte né giorno, è la nascita del colore, che dallo scuro porterà al chiaro. Le superfici “ventose”, dipinte a soffio, folate di aria vaporosa rimandano ad un sentimento notturno dove il silenzio, amato da Rothko, sussurra parole inconfondibili di una bellezza che esce dal mistero.

È quanto accade nella serie dei dipinti per quella che sarà la “cappella ecumenica”.  L’incanto di certi rosa, blu di una dolcezza commovente dicono di un artista che è ormai “dentro” l’infinito, colto come musica sublime, armonia di un Tutto che non ha più bisogno di tinte accese ma invece temperate da una luce che le trasfigura in colori che sanno di pastello, di levità. È il vento che sta sotto ad ogni lavoro di Mark e che qui è uno zefiro soave, disteso in “profondissima quiete” (Leopardi).

Quando poi da Palazzo Strozzi andiamo nel vestibolo della Laurenziana dove Michelangelo ha innalzato una vetta architettonica Rothko vi si innesta con i suoi spazi.

Mark Rothko Untitled 1969 acrilico su carta vergata cm 183,5 x 97,9. Collezione Christopher Rothko, Estate inv. 2062.69 ©2025 by Kate Rothko Prizel and Christopher Rothko / Artist Rights Society (ARS), New York / SIAE, Roma

Il vertice forse si raggiunge nel dialogo – da pari a pari – con l’Angelico a San Marco. L’Annunciazione della cella 3 parla con la Untitled del 1954, trasfigura la figura angelica in versi di luce rossa che gradualmente diventa rosa e scintilla d’oro al centro. Dio?

L’esperienza del viaggio con Rothko non finisce qui. La sua arte grande, misteriosa, sofferta per amore della Bellezza rimane dentro chi la contempla, e finisce per trasformarlo, lasciandogli il senso di una eternità silenziosa che ci avvolge.

 

Rothko a Firenze. Varie sedi. Fino al 23. 8 (catalogo Marsilio Arte, Fondazione Palazzo Strozzi).

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