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Italia > Politica

Via D’Amelio 18 anni dopo

- Fonte: Città Nuova editrice

Nell’anniversario della strage in cui venne ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta, una riflessione con Roberto Mazzarella su quei fatti e sulle iniziative commemorative di questi giorni.

Borsellino Falcone

Era il 19 luglio 1992. A soli due mesi di distanza dalla strage di Capaci, in cui Giovanni Falcone perse la vita, Palermo viveva un altro evento luttuoso. Una macchina carica di cento chili di tritolo venne fatta esplodere in Via D’Amelio, fu una carneficina in cui morirono Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta.

 

Oggi, a distanza di diciotto anni dall’attentato, si commemora quella data con numerose iniziative a Palermo. Una di queste è stata una marcia organizzata da Salvatore Borsellino, fratello del giudice, che ha percorso le vie del capoluogo siciliano fino all’albero di Borsellino in via D’Amelio. Un corteo composto di un centinaio di persone esibiva delle agende rosse, simili a quella posseduta da Borsellino, contenente molte pagine interessanti sulle sue indagini, e scomparsa pochi minuti dopo l’attentato.

 

Proprio in questo clima commemorativo, non può destare inquietudine, il fatto che alla viglia dell’anniversario, due statue in gesso dei giudici Borsellino e Falcone, collocate in via Libertà a Palermo, siano state danneggiate. Realizzate dallo scultore Domina Tommaso, recavano la scritta: «Giovanni e Paolo, due uomini liberi con le loro idee, nel sole, nell’allegria, nell’amicizia fra la loro gente».

 

Di quanto accaduto ne parliamo con Roberto Mazzarella, palermitano e giornalista impegnato sul fronte della legalità, nonché uno degli autori di Città Nuova con il libro L’uomo d’onore non paga mai il pizzo.

 

Un suo pensiero riguardo l’episodio delle statue danneggiate

 

«Come in occasione dello sfregio all’alberto Falcone di qualche mese fa, se questa nuova azione non è opera di balordi o un atto di puro vandalismo (cosa peraltro molto probabile), si tratterebbe della risposta nervosa e rabbiosa di una mafia talmente in difficoltà da essere costretta a vendicarsi con i “simboli” dell’antimafia. Sono convinto che sia Palermo che l’Italia saprà reagire a questa serie di atti, semplicemente non rispondendo alle provocazioni».

 

 

Diciotto anni fa via D’Amelio. Quando si giungerà alla verità sulla strage?

 

«Durante il convegno svoltosi a Palermo, organizzato dall’Associazione nazionale magistrati nell’aula magna del Palazzo di giustizia, il procuratore di Palermo Messineo ha usato parole dense di sofferenza: «Sulla strage di via D’Amelio − ha detto −, si sono aperti squarci importanti, anche se non sono certo che si possa giungere alla verità». Nella stessa occasione il procuratore di Caltanissetta, titolare delle indagini sulla strage di via D’Amelio, il dott. Lari è stato altrettanto lapidario: «O si trova la verità adesso o non l’avremo mai più». È proprio questo il cuore della questione: avremo il coraggio e la dignità civile di voler andare fino in fondo alla verità per amore di questa nostra terra italiana?».

 

I giornali di oggi titolano mettendo in evidenza che siano state poche le persone intervenute alla marcia organizzata da Salvatore Borsellino…

 

«Vogliamo finalmente lasciare in pace questa città e non giudicarla solo dalle piazze gremite o vuote? È inumano caricare una città della responsabilità di dover sempre dimostrare al mondo intero che ancor oggi si facciano manifestazioni corali contro la mafia. Alcuni anni fa, ad esempio, ci doveva essere una manifestazione cittadina contro il pizzo, al teatro Biondo. Un flop: la sala era desolatamente vuota, anzi era piena solo di scorte e magistrati. Dopo due anni nacquero i ragazzi del Comitato addiopizzo e la prima associazione antiracket di Palermo, "Libero Futuro"».

 

Cosa si deve fare, e continuare a fare, per tenere "sveglie le coscienze"

 

«Questo è l’aspetto cruciale: come far diventare questa lotta per la legalità, un metodo di popolo? Molto ne parlo nel mio ultimo libro L’uomo d’onore non paga il pizzo. Per averla vinta sulla mafia, non bisogna combatterla con un’organizzazione più ricca o più forte militarmente. Occorre una cultura eticamente superiore che metta la persona al centro delle istituzioni; che possa sperimentarsi nelle città, tanto da farle divenire comunità vive dove ci si fa carico dei problemi degli altri. Questa è la cultura che la spunterà su tutte le mafie: il momento é quello giusto, lo vedo negli occhi dei giovani che incontro durante i miei interventi».

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