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Mondo > Esteri

Veto elettorale ai curdi siriani

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

I curdi del Rojava, nell’est della Siria, avevano annunciato che l’11 giugno 2024 si sarebbero tenute nei 7 cantoni del Daarnes le elezioni amministrative in 121 comuni, un bacino elettorale di 6 milioni di votanti. Hanno dovuto disdire tutto per l’intrico di dissensi, veti e minacce che si sono tirati addosso.

Membri della comunità curda in Francia protestano contro l’invasione della Turchia nel Rojava. A Parigi, Francia, il 19 ottobre 2019. Foto: EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON via Ansa

Rojava è un termine curdo per indicare la parte orientale di quella che un tempo si chiamava Siria, che dal 2011 con la rivolta sociale, l’evoluzione jihadista e la guerra si è frammentata in pezzi occupati o controllati in qualche modo da vari soggetti, in un complicato intreccio quasi impossibile da comprendere e districare: ad Ovest, sul Mediterraneo, ci sono i militari russi, e al centro ciò che rimane della Siria del regime degli Assad (con radici alauite e baathiste intrecciate) ma saldamente dipendenti dai russi della costa; a Nordovest (Idlib) ci sono i resti di milizie ribelli e jihadiste, e a Nordest l’esercito turco, dal quale le milizie di Nordovest a loro volta dipendono. Ad Est ci stanno, appunto, i curdi, o forse sarebbe meglio chiamarli curdi siriani, perché di curdi ce ne sono anche di turchi, armeni, iracheni e iraniani: insieme sono un popolo (di circa 40 milioni di persone) con radici antichissime, che non ha mai potuto diventare uno Stato, pur volendolo. Ma questo è un altro doloroso e troppo complicato capitolo.

La parola rojava in realtà è un aggettivo che in curdo significa “occidentale“: il sostantivo che non si dice è Kurdistan. I curdi siriani sono infatti quelli che abitano le terre più occidentali della loro non riconosciuta patria. I curdi siriani e iracheni (in realtà anche quelli turchi, ma questo non si deve dire), armati e supportati dagli Usa, hanno combattuto contro lo Stato Islamico e sul terreno sono soprattutto loro che lo hanno sconfitto. E si sono ritagliati la regione del Rojava, che non è in pratica riconosciuta da nessuno a livello internazionale e locale, che si autodefinisce: Daarnes (Democratic Autonomous Administration of the Region of North and East Syria). Perché i curdi sono sì in maggioranza musulmani sunniti, ma hanno creato un modello politico molto “di sinistra” visto con diffidenza da molti Paesi e regimi islamici del Medio Oriente. Un modo di essere politico che si ispira al “famigerato” Pkk di Apo Öcalan, il 76enne terrorista (secondo Turchia, Ue e Usa) o eroe (secondo molti suoi connazionali), che da 25 anni è prigioniero in un ergastolo creato apposta per lui nell’isola-prigione turca di Imrali, nel Mar di Marmara.

Alcuni mesi or sono i curdi del Rojava hanno annunciato che l’11 giugno 2024 si sarebbero tenute in tutti e 7 i cantoni del Daarnes le elezioni amministrative, in 121 comuni, un bacino elettorale di 6 milioni di votanti. Secondo i gruppi politici che governano di fatto la regione, queste elezioni municipali sarebbero «un passo significativo verso lo sviluppo del sistema democratico e il rafforzamento delle amministrazioni autonome locali e regionali». Alle elezioni avrebbero partecipato più di 5 mila candidati, appartenenti a 43 sigle politiche.

Annuncio seguito da una valanga di dissensi: quelli interni soprattutto da alcuni partiti e gruppi etnici, compresa una parte cospicua della componente araba e da diverse chiese cristiane memori dei molti soprusi patiti nel passato, remoto e prossimo. Ma i veri e propri veti e minacce sono stati quelli esterni, principalmente dalla Turchia di Erdogan, ostile a tutto ciò che è curdo, dalla Siria che non ha mai riconosciuto l’autonomia curda, e alla fine anche dagli Stati Uniti, che alla Turchia ci tiene molto per via della sua posizione super-strategica nella Nato (con le basi russe di Tartus e Latakia a due passi, e con i militari iraniani solo qualche chilometro più all’interno).

Hanno prevalso i veti, come era prevedibile: elezioni rimandate forse ad agosto o più probabilmente a data da destinarsi. Logiche di guerra, cioè troppo pericoloso. Peccato per la democrazia, forse. Ma i curdi hanno anche questo di bello: oltre che coraggiosi sanno essere prudenti e, da buoni mediorientali, non mancano di una solida dose di opportunismo.

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