Vescovi: non serve un’altra costituzione

La situazione sociopolitica venezuelana si ingarbuglia e la violenza cresce. Il governo Maduro formalizza per fine luglio le elezioni dell'Assemblea costituente. Opposizione e Chiesa contrarie

Dopo una sessantina di giorni di intense proteste che hanno causato quasi 70 morti, un migliaio di feriti e migliaia di arresti, una popolazione sempre più stremata dalla mancanza di beni di prima necessità e medicinali e un clima sempre più teso, con accuse incrociate di violenze deliberate, l’opposizione venezuelana ha ottenuto uno dei suoi obiettivi: le elezioni amministrative avranno luogo il 10 dicembre, un anno dopo la data prevista. Ma sebbene il presidente Nicolás Maduro continui a invocare «un grande dialogo nazionale» e parli della necessità di «un abbraccio di pace» e di un percorso di «incontro nuovo dei venezuelani», la pacificazione sembra ancora lontana, visto che il processo costituente da lui stesso avviato per rafforzare la rivoluzione bolivariana minacciata, secondo il governo, o per non perdere il potere, secondo l’opposizione, avanza spinto unicamente dalla parte del chavismo rimasto a lui fedele.

Sono state dunque fissate per «la fine di luglio» le elezioni dell’Assemblea nazionale costituente, con la quale, secondo l’agenzia di stampa statale, il governo vorrebbe stabilire un’agenda per «instaurare la pace e la stabilità, di fronte alle azioni violente propiziate dagli squadroni istigati dai portavoce radicali della destra che si rifiuta di partecipare ai dibattiti». Dopo il fallimento della mediazione nel conflitto avviato prima da un gruppo di ex presidenti stranieri e poi dal Vaticano stesso, anche la Conferenza episcopale venezuelana (CEV) si è virtualmente ritirata dallo sforzo, affermando un chiaro “no” al processo per la redazione di una nuova costituzione. In una recente visita al ministro dell’Educazione Elías Jaua, uno dei principali collaboratori di Hugo Chávez, mons. Diego Padrón, presidente della Conferenza episcopale venezuelana e arcivescovo di Cumaná, ha risposto, a nome di tutti i vescovi, che la costituente non è necessaria né opportuna. «Non è necessaria, perché il Venezuela ha una delle costituzioni più complete del mondo». «Ciò che è invece necessario – ha precisato l’arcivescovo – è che il governo dia pieno compimento al suo contenuto e al suo spirito. E se la rispettasse potrebbe, casomai, proporre emendamenti». «Non è necessaria – ha continuato – «anche perché non è ciò di cui il popolo ha bisogno. Avrebbe bisogno invece di alimenti, medicinali, sicurezza, pace ed elezioni giuste». Mons. Padrón ha altresì affermato che l’iniziativa «non ha portato tranquillità al Paese» e che gode di scarsissimi livelli di approvazione, oltre a dilatare i tempi elettorali che hanno già superato i termini previsti dalla legge.  

Mons. Padrón ha ribadito che l’intenzione dei vescovi non è di approfondire le motivazioni giuridiche della proposta di una costituente, giacché non sono giuristi, ma di dialogare col governo affinché, ad esempio, Caritas Venezuela possa prestare servizi per l’acquisizione e la distribuzione di alimenti e medicinali e alleviare la situazione dei detenuti in regime di restrizione delle visite. Il 17 maggio scorso la Chiesa venezuelana aveva ribadito la necessità, da parte del governo, di riconoscere ed accettare i quattro punti espressi nella lettera del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: primo, apertura di un canale umanitario; secondo, liberazione dei detenuti politici; terzo, pieno riconoscimento del Parlamento; quarto, stabilire un calendario elettorale come mezzo per dirimere le discordie. Ovviamente, nella stessa esortazione, la Cev ha ribadito la condanna della violenza e dell’odio, da qualsiasi parte provengano.

Intanto continuano gli scontri e le manifestazioni. Il tunnel non sembra mostrare la luce in fondo alla galleria. Gli sforzi per non arrivare alla rottura tra governo e opposizione, messi in atto soprattutto dalla Conferenza episcopale e dalla nunziatura, non riescono a forare l’incomprensione reciproca. E chi ci rimette è la povera gente, visto che l’inflazione ormai supera il 600 per cento e per i prossimi mesi non c’è più farina per cuocere il pane…

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