Verdi-Wagner in sperimentazione

Verdi, I Vespri siciliani. Palermo, Teatro Massimo. Anche un Verdi, dopo le altezze di Traviata, fatica a trovare nuove vie. Ne sono una prova i Vespri, un grand-opèra in cui dopo cinque atti di ballabili, cori, congiure, paternità ritrovate e amori impossibili, si arriva gli ultimi cinque minuti alla famosa insurrezione che dà il titolo al lavoro. Il quale è una specie di summa della maniera verdiana. Ricordi di Macbeth ed Ernani, autocitazioni di Traviata, aperture verso le sottigliezze del Ballo, insieme a scorrevolezza melodica, ricchezza orchestrale. Verdi sperimenta ma non fa il salto, così che i Vespri mancano di unitarietà, pur con pagine di valore, come la grande arcata corale (Addio, mia patria) e l’intero quarto atto, dove Verdi si commuove e ci commuove. Logico che sia difficile mettere in scena i Vespri. Occorre fede in Verdi, competenza, molto lavoro preparatorio. Purtroppo, l’edizione palermitana non è stata sempre all’altezza. Una regia innocua (Nicolas Jöel), una direzione senza affondi (il pur professionale Ralf Weikert) ed un’orchestra che avrebbe bisogno di un direttore stabile per sfoderare i suoi talenti, emersi qua e là – penso al canto dei violoncelli, a certe dense sonorità dei timpani… – hanno compromesso lo spettacolo. Eppure l’acustica del Massimo, formidabile, ha la capacità di valorizzare ogni strumento, le voci in particolare. Nel secondo cast – quello ascoltato – i cantantiattori hanno sostenuto la serata con coraggio, data la scarsità di prove. Corretto, l’espressivo Monforte di Alexandru Agache; stentoreo ma poco fine l’Arrigo di Janez Lotric, l’Elena di Amarilli Nizza regge con bravura in una parte impervia ma forse ancora non adatta a lei; autentica voce verdiana – oggi una rarità – Marco Spotti, in un Procida che sa svelare una calda virilità. Molto buono il coro, sullo sfondo delle scene di Ezio Frigerio – blu marini, interni damascati o bizantineggianti – di bella efficacia visiva insieme ai costumi storici di Franca Squarciapino. Educato il pubblico, attento e partecipe allo spettacolo, con misura: un atto di fiducia per un teatro che vive un momento non facile. Wa g n e r , L’Olandese volante. Roma, Teatro dell’Opera. Un vulcano in ebollizione il Wagner 1843 che a Dresda fa rappresentare L’Olandese, un viaggio tra mito e spiritualità, temi che in futuro il musicista tratterà con respiro certo maggiore. Protagonista il mare – forza cieca, destino – su cui viaggia l’Olandese maledetto; troverà pace solo se una donna si sacrificherà per lui: lo farà la candida Senta, innamorata fedele e redentrice. Così, sprofondato il vascello con la sua maledizione, l’Olandese e la sposa potranno salire al cielo. Redenzione, purezza, sacrificio, anelito infinito: il giovane Wagner è già tra filosofia, misticismo panteista e leggenda. Musicalmente, l’influsso di Beethoven e Weber, ma anche di Bellini, Donizetti e dell’opera francese è evidente, sia nelle forme chiuse come nella cantabilità. Anche Wagner deve qualcosa a qualcuno! L’originalità si trova nei momenti corali – frequenti e suggestivi – e nel protagonismo dell’orchestra, simile ad un mare in moto perpetuo, più tumultuoso che sereno, ricca di invenzioni armoniche da cui emergono, non ancora sviluppati, i celebri leitmotiv. L’orchestra romana ha offerto ottima prova della sua capacità d’immedesimazione con una partitura per certi versi mediterrannea, diretta da un bravo Oleg Caetani. Discontinuo l’apporto dei cast, fra cui spicca Franz Grundheber, un Olandese possente e tragico, mentre il coro questa volta ha dato bella prova di musicalità e compattezza. Ulderico Manani ha allestito uno spettacolo fondato sul vascello squarciato, in cui su due piani sovrapposti si svolgeva l’azione, mentre ai lati del palco i cori commentavano seduti. Scelta legittima, ma forse troppo statica come visione postmodernamente pessimistica, con un’aria fosca e costumi sul tenebroso, a dispetto dei momenti gai che pur non mancano. Pubblico, purtroppo, non sempre folto. Eppure questo è un Wagner da riscoprire.

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