Verdi secondo Michele Mariotti

Il maestro Michele Mariotti è tornato sul podio del Teatro dell’Opera di Roma con due appuntamenti dedicati a Giuseppe Verdi
Mariotti

Verdi e Michele Mariotti. Il giovane e affermato direttore pesarese diventerà stabile al Teatro dell’Opera di Roma? La voce circola, anche se non c’è per ora alcuna conferma ufficiale. Certo, pare aver trovato una più che buona intesa con l’orchestra, che con lui fraseggia e canta in modo molto bello, a giudicare dalle ultime prove: la serata dedicata ai Ballabili verdiani (Macbeth, Vespri siciliani, Don Carlos) e poi la versione in forma di concerto della Luisa Miller (ancora disponibile su youtube).

Dei balletti verdiani, a parte che il migliore è forse quello dal Macbeth, e a parte il fatto che Verdi non amava scrivere per la danza – allungava lo spettacolo e lui tendeva ad arrivare alla fine con una concisione totale -, c’è da dire che la prova dell’orchestra romana si è rivelata molto buona, guidata dal gesto ampio, preciso anzi minuzioso del direttore che mimava anche con il corpo la musica. Ne è uscito un suono fresco, scintillante ed anche corposo al bisogno. Non è poi così male la musica verdiana dei balletti, nonostante quello che ne pensava l’autore.

Luisa Miller, un successo a Napoli l’8 dicembre 1849, libretto in tre atti di Salvadore Cammarano tratto da Kabale und Liebe (Amore e raggiro) di Schiller, è l’ultima opera scritta dal musicista per la capitale partenopea, con la quale ebbe sempre un rapporto difficile: lui, riservato e che non amava fare la star e i napoletani generosi, invadenti e fantasiosi. Storia più d’amore che di politica e di raggiro, è la vicenda dell’affetto tra Luisa e Rodolfo, figlio del perfido conte di Walter. Per salvare il padre dalla prepotenza di costui, la ragazza deve fingere di non amare il giovane, anzi scrive una lettera in cui afferma d’averlo ingannato. Si scoprirà la verità, ma sarà troppo tardi: Rodolfo, deluso e geloso, avvelenerà lui e lei, salvo pentirsi e poi morire. E’ il Verdi di quegli anni ruggenti, amante dei drammi foschi e disperati, dell’impossibilità dell’amore di poter essere libero di fronte al male, della morte come salvezza, e della donna figlia-martire.

Come fa spesso, Verdi dà il meglio man mano che ci si avvicina alla fine. Nonostante la sinfonia, un tema indovinato ripreso e variato,sia davvero suggestiva, nei primi due atti Verdi ricorda talora Bellini e Donizetti (cori e arie), poi però l’uomo nuovo esce allo scoperto. La scena della lettera con il pianto del clarinetto anticipa la medesima nella futura Traviata, l’aria tenorile “Quando le sere al placido”, è un esempio di melodia virile, verdiana, appassionata e di lineare bel canto. La scena tra Luisa e suo padre Miller ha la delicatezza e l’ansia della morte futura di Violetta. Insomma, l’opera non è un capolavoro, ma un “passaggio”: due anni dopo Rigoletto rivelerà  al mondo un dramma di potente e semplice umanità, cioè “verdiano”.

L’esecuzione è stata di alto livello, e speriamo venga incisa. L’orchestra duttile nei colori e nei tempi- mirabili i violini, gli archi gravi, il clarinetto -, il coro appropriato e vario, la protagonista Roberta Mantegna interprete precisa, corretta e squisita dal registro ampio e lucente, insieme al Rodolfo lirico, intenso di Antonio Poli e a due cantanti di classe, nonostante gli anni, cioè Roberto Frontali e Michele Pertusi e con la sempre pulita Daniela Barcellona.

Quanto Verdi sia nelle corde di Mariotti è ben chiaro, ha il senso giusto, umano, del suono e del canto (gli viene da Rossini con cui è cresciuto). Un gran bello spettacolo.

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