Venezuela sempre più spaccato

La situazione a Caracas è più che mai bloccata dopo la consultazione voluta dall’opposizione. Si va ormai verso il referendum costituzionale (assai incostituzionale) voluto da Maduro e osteggiato anche dalla comunità internazionale.
Crisi politica in Venezuela (foto AP)

In risposta al referendum costituzionale indetto dal presidente Maduro per restare in sella, la Mud – la “Mesa di unidad democratica” , cioè la federazione che riunisce una sessantina di sigle dell’opposizione – ha indetto un suo “referendum contro il referendum”, per l’applicazione della costituzione esistente, sufficiente secondo loro a garantire le strutture democratiche del Paese e capace di avviare una vera alternanza elettorale. Nei seggi organizzati dalla Mud hanno partecipato al voto più di 7,2 milioni di elettori (più del 98 per cento di voti espressi condannano Maduro e la sua politica): appena al di sotto del risultato delle ultime legislative del 2015 in cui l’opposizione raggiunse la maggioranza assoluta del Parlamento, con 7,7 milioni di elettori, e delle elezioni presidenziali che elessero Maduro nel 2013, alla morte di Hugo Chavez. Ma il risultato non è da sminuire, perché l’organizzazione del voto è stata totalmente privata, senza il minimo appoggio delle strutture statali – e anzi, spesso scontando l’ostilità dell’apparato amministrativo venezuelano in mano ai chavisti di Maduro. Mentre si lamentano altre due vittime provocati dagli squadroni paramilitari legati a Maduro.

Le reazioni della comunità internazionale (Merkel, Trump, Mogherini…) sono state assai forti nello spingere il presidente Maduro a ritornare sulle sue posizioni. Ma ciò verosimilmente non accadrà, perché l’apparato di potere coagulatosi attorno all’attuale numero uno, composto da una parte minoritaria del chavismo originario, sa bene che battere in ritirata vorrebbe dire perdere il potere e rischiare la scomparsa e le vendette dei nuovi eventuali vincitori legati alla Mud. L’idea di un governo di transizione, accettato dalle due parti, che appare l’unica vera soluzione sul tappeto, si allontana, e le posizioni si radicalizzano. Maduro ha parlato di una semplice «consultazione interna» degli oppositori, rifiutando di cambiare il calendario del referendum costituzionale, fissato per il 31 luglio: quando, stando alle intenzioni degli organizzatori, vi sarà il definitivo passo verso il socialismo del Paese sudamericano, con l’abolizione del Parlamento – oggi dominato dall’opposizione – e la creazione di un «regime civico-militare» che di fatto sarebbe la longa manus del presidente.

La Mud non lascia ma raddoppia. Ha indetto uno sciopero generale, l’ennesimo, per giovedì 20. E continua a denunciare la violenza del governo, che in tre mesi ha provocato più di cento morti e migliaia di arresti. Denuncia altresì la mancanza di un calendario elettorale regolare, dopo che Maduro ha abolito via via tutti gli appuntamenti di voto locali e nazionali previsti, in seguito alla cocente sconfitta delle legislative del 2015. Dopo il lungo tentativo vaticano per una conciliazione nazionale e l’istituzione di un vero tavolo di dialogo tra le parti, ora sembra che un tentativo sia in atto da parte del presidente colombiano Santos e del suo omologo cubano Raúl Castro (oggi Santos guarda caso è a L’Avana).

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