Venezia, a rischio inserimento nella lista Unesco dei beni in pericolo

Venezia, città in pericolo per i danni provocati dal passaggio delle grandi navi nel delicato ecosistema della città lagunare, assieme agli effetti dei cambiamenti climatici, l’inquinamento e l’eccessiva pressione turistica
Venezia Foto Andrea Gilardi/LaPresse

Che cos’hanno in comune Venezia e la barriera corallina australiana? No, no è un indovinello, ma una triste realtà: sono infatti entrambi del luoghi a rischio, tanto che l’Unesco – l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura – sta valutando il loro inserimento nella “lista nera” dei patrimoni dell’umanità minacciati da cambiamenti climatici, guerre, o situazioni politiche, economiche e ambientali tali da pregiudicare la loro sopravvivenza.

Tecnicamente questo elenco si chiama “Lista del patrimonio mondiale in pericolo”, ed è prevista dall’articolo 11 della convenzione Unesco: ed è pensata non per “tacciare” questi luoghi, ma per promuovere azioni in favore della loro tutela – tanto è vero che, nel sito dell’istituzione, è collegata anche ad una sezione che riporta casi di successo e buone pratiche nel salvare beni in pericolo.

Sono ben 53 i siti inseriti in questa lista che, appunto, potrebbe purtroppo allungarsi. Non ce n’è nessuno al momento in Italia, e quindi quello di Venezia sarebbe un poco invidiabile primato: a pesare è soprattutto, secondo quanto riferito dall’apposita commissione di esperti, la questione annosa e irrisolta delle grandi navi che continuano a creare danni al delicato ecosistema della città lagunare.

Proprio pochi mesi fa è stato indetto dal governo un concorso di idee per la creazione del cosiddetto “porto offshore”, una struttura – fin troppo avveniristica, secondo alcuni – che dovrebbe consentire alle navi da crociera e al altre navi di grosse dimensioni di attraccare in una sorta di avanposto fuori della laguna.

Con la ripresa delle crociere dopo il Covid il 5 giugno scorso il problema è tornato a porsi, senza che nel frattempo fosse però stata approntata una soluzione; e così in via provvisoria i crocieristi arrivano ancora alla stazione marittima, transitando per il bacino di San Marco e il canale della Giudecca.

L’altra soluzione temporanea proposta è Marghera, già accessibile alle grosse imbarcazioni grazie a due canali scavati nella laguna, e ora utilizzati principalmente da petroliere e navi da carico; ma anche lì manca comunque una struttura in grado di accogliere ai passeggeri, al di là della poco gradevole prospettiva di approdare davanti ad un petrolchimico invece che ai fasti della città dei dogi. Va detto comunque che quello delle navi non è l’unico elemento di minaccia per Venezia: i cambiamenti climatici che innalzano il livello del mare, l’inquinamento, l’eccessiva pressione turistica, sono altri fattori di rischio.

Il Comitato si riunirà nella seconda metà di luglio e, come ha ammesso lo stesso ministro della Cultura Dario Franceschini, la questione era nell’aria da tempo; e i comitati contrari alle grandi navi gli hanno fatto eco plaudendo a questa possibilità, che sarebbe un segnale forte contro l’inerzia di una politica che ormai da decenni non è riuscita a mettere in atto una soluzione.

Che del resto non è semplice da realizzare né sotto il profilo pratico, né sotto quello occupazionale: sono moltissimi i lavoratori coinvolti direttamente o indirettamente nel flusso dei crocieristi, sui quali ogni decisione in questo senso avrebbe delle ripercussioni importanti. Peraltro Venezia nello stesso periodo sarà al centro dell’attenzione mondiale ospitando il G20 dell’economia presso l’Arsenale; e Franceschini vorrebbe chiaramente evitare ciò che a livello politico verrebbe visto come un contemporaneo schiaffo dal massimo organismo culturale mondiale.

Tornando ai siti in pericolo, il più vicino a noi è quello dei monumenti medievali in Kosovo, minacciati fondamentalmente dall’incuria. Quelli indicati come più significativi sono la cittadella di Bam in Iran, costruita in fango, e danneggiata dal terremoto del 2003; la Valle di Bamiyan, in Afghanistan, luogo dei celebri Buddha distrutti dai talebani, e tuttora disseminata di mine; la città di Zabid, in Yemen, dove gli edifici storici stanno venendo rimpiazzati da altri in cemento; le isole del Golfo della California, dove sta giungendo all’estinzione il caratteristico cetaceo locale, la vaquita; e il Lago Turkana, in Kenya, un laboratorio unico di biodiversità compromesso dallo stravolgimento del flusso delle acque causato dalla diga etiope Gibe III.

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