Venezia in cerca dei sentimenti

Era un trionfo annunciato Good Night and good luck ben diretto da George Clooney. Che però non c’è stato. Si è dovuto accontentare – si fa per dire – della Osella per la miglior sceneggiatura e della Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile a David Strathairn, intenso protagonista di un film sul Maccartismo bello e forte, metafora dei nostri giorni. Timore di offrire il Leone ad un’opera troppo politica? Chissà. Ma sta di fatto che la rivisitazione della propria storia, coraggiosamente affrontata da Clooney, sembra esser stata una delle direttrici dell’edizione 2005 della Mostra. Si veda Garpastum, del russo Aleksej German, che osserva gli anni intorno al 1917 attraverso la vicenda di due fratelli innamorati del calcio, o Everlasting Regret del cinese Stanley Kwan, con il racconto di una ragazza di Shangai vittima della propria bellezza negli anni che corrono dal 1947 al 1981. O il francese Les amants réguliers (Premio speciale per la regia, Leone d’argento), dove Philippe Garrel affresca il ’68 in tre ore di classico bianco-e-nero. Narra gli ideali di un gruppo di giovani, determinati e liberi, con una sobrietà di linguaggio ed una stringatezza di pensiero non ideologico ben lontani dal ’68 decadente del nostro Bertolucci. Il passato rivisitato, dunque. Ma con un occhio a scandagliare, più che le grandi vicende, il riflesso che il nostro tempo inquieto suscita nella sfera dei sentimenti. Con un ventaglio davvero ecumenico sulla complessità dell’uomo contemporaneo, in cerca di risposte che non sempre riesce a trovare. In Persona non grata, il polacco Zanussi torna alla ribalta dipingendo, con grande rigore, l’infelicità della diffidenza in un anziano ambasciatore in Uruguay, sospettoso del tradimento della moglie appena morta con un amico. Attori come Nikita Mikhalkov e Jerzy Stuhr (Premio Bresson), conferiscono verità ad una vicenda di diffidenze interpersonali, placate solo con un possibile perdono. Ma Abel Ferrara con il suo Mary (Premio speciale della giuria) si spinge ancora più a fondo. Indaga il dramma esistenziale di attori e giornalisti sull’onda di un film sul Cristo, ove Maria Maddalena ha speciale risalto, cercando risposte a dubbi ed esitazioni. Un prisma umano ove la ricerca dell’Assoluto – e del Cristo in particolare – si fa stringente (come altre volte in Ferrara) passando dall’indifferenza al grido, dall’opportunismo alla sincerità. Opera autobiografica? Forse, in parte. Certo, inquietante, vera. Destinata a far riflettere e discutere. Domande, quindi, tante. E attesa di risposte. Non sempre luminose. Patrice Chéreau in Gabrielle sfronda, in un film chiara- mente teatrale, il perbenismo di una coppia che appare felice ma che si sgretola davanti alla costatazione del non-amore, cercando nella fuga una qualche uscita. Il canadese Laurent Cantet esplora per la prima volta il turismo sessuale dal punto di vista femminile in Vers le sud (Premio M. Mastroianni), dove signore insoddisfatte ricercano sé stesse fuggendo dall’ansia, ma finiscono con l’aprire gli occhi sulla violenza di un luogo, Haiti, finora solo considerato di pura evasione… Ed è ancora lo sguardo femminile – già così presente in Mary di Ferrara – a documentare la forza della vendetta in Lady Vendetta del coreano Park Chan-wook) o l’indagine esasperata del proprio talento in Proof (la prova) dell’inglese John Madden. La ricerca di sé è comunque necessaria, anche se dolorosa. È forse questo il filo rosso del film di Ang Lee Brokeback Mountain, inatteso vincitore del Leone d’oro, in cui la storia di amicizia e amore fra due giovani cowboy si snoda in modo lineare, fra tocchi melodrammatici ed evitando facili concessioni ai momenti torridi, nel duro ambiente del Middlewest. Incomprensione sociale, dubbi d’identità, violenza interagiscono in un film che, non essendo un capolavoro (e il Leone d’oro è un premio eccessivo…), mantiene una sua dignità nell’affrontare un tema delicato e attuale come quello dell’omosessualità. In questo panoramica di un festival di qualità superiore rispetto al 2004 e apertura su molti fronti si è fatto strada il cinema del Belpaese. Onestamente, una piccola voce come spessore, rispetto a quanto passa nel mondo. Storie più bozzettistiche che profonde, situazioni in fondo già visitate, impostazione talora più da fiction che da cinema. Si va dal pascoliano La seconda notte di nozze dove Pupi Avati narra delicatamente una vicenda del dopoguerra, mettendo in luce attori di valore come Antonio Albanese (il puro folle, ma perché non è stato premiato?), a I giorni dell’abbandono, opera troppo ambiziosa di Faenza sulla tenebra di una donna lasciata dal marito, interpretata da una nervosa Margherita Buy; fino alla Bestia nel cuore di Cristina Comencini. Racconto su una violenza familiare repressa e poi riapparsa con conseguenze dapprima distruttive e poi speranzose. Il film, che ha valso a Giovanna Mezzogiorno (e perché non anche ad Angela Finocchiaro?) la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, pur ricco di spunti interessanti, rischia di perdersi in un incrocio di ministorie che tolgono linearità al racconto. È forse questo non saper ancorarsi all’essenziale ed aprirsi su soluzioni diverse da quanto già raccontato, il limite del nostro attuale cinema. Al contrario, il cinema internazionale – c’è ormai la grande avanzata della Cina -, pur fra inevitabili mediocrità, offre ancora degli autori che sanno riflettere, con sofferta e scarna partecipazione, un mondo alla ricerca di un modo nuovo di vivere i sentimenti. A Venezia ne è stata data una prova convincente.

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