Venditti & Co: l’autunno del cantautore

Mestieraccio quello del cantautore post- moderno. E non mi riferisco soltanto al precariato consueto dei tanti carneadi che faticosamente galleggiano ai margini del grande business: loro ci sono abituati ai bassifondi e ai sottosuoli; loro sanno come sopravvivere con poco, sanno come acquattarsi nelle piccole nicchie di aficionados, godendosi perfino il sottile piacere di un marginalismo sempre più relativo, giacché nessuno sa più dove risieda il centro. Quelli davvero inguaiati sono i big, veri o sedicenti che siano. Le grandi firme del nostro cantautorato vivono una stagione tutt’altro che invidiabile. Aggrappati ai loro blasoni e ai loro sfarzosi passati sono oggi costretti a fare i conti con un mercato morente e perciò tutt’altro che rispettoso dei palmarès e dei diritti acquisiti. Sorpassati a destra e a manca dai balbettatori del trendysmo, costretti a cantare di un mondo che non conoscono più, che predilige l’intangibile grammatica degli sms, e ormai ineducato al pensare e dunque incapace di apprezzare ciò che il pensiero produce e talvolta induce. La parola stessa “cantautore” suona oggi terribilmente demodé, teneramente fuori dal tempo, come quella di tanti antichi mestieri ridotti ormai a puro folklore: spazzacamino, maniscalco, stenografo” Sto ovviamente esagerando un po’, ma il succo è questo. Nel momento in cui scrivo, sto ascoltando gli ultimi lavori di tre blasonati esponenti della succitata razza. Un mammasantissima come Venditti, un ibrido sempreverde come Ruggeri e un nobile semidecaduto come Concato: si sono di recente riaffacciati sui desolati scaffali dei negozi con i rispettivi ultimi lavori. Tre dischi di buona qualità che piaceranno a quanti li apprezzavano negli anni belli. Album in studio di nuovi brani per l’Antonello di Ma che fantastica storia è la vita e per il Ruggeri de Gli occhi del musicista, un live con un inedito per il Voilà di Concato. Basta un ascolto per capire che ciò che sgorga dai solchi è materia diversa dalle strofette dei mille lunapoppisti o dalle scemenzuole smandrappate dei dj che intasano l’etere contemporaneo. Altra materia, altre metafore, altra profondità” D’accordo. Ma anche un palpabile aroma di aria fritta, di “fuffa” per usare un termine caro ai post-moderni. Impeccabili esercizi di stile che pure – qua e là – sanno toccare corde profonde, ma che raramente danno l’impressione d’esser frutto di qualcosa che non sia, per l’appunto, mestiere. Tattiche e strategie diverse: Venditti alterna volenterosi ottimismi ad amarezze nostalgiche, col condimento di qualche graffiata sarcastica; Ruggeri sceglie la via della classicità (sua, beninteso), con sonorità rustiche che non disdegnano di farsi da supporto a tematiche impegnative; Concato sprofonda nell’intimismo amoroso dei suoi inconfondibili sussurri, resi più intriganti da complicità di rilievo (dalla Oxa a Dalla passando per Bersani). Riusciranno i nostri valorosi eroi a reggere l’insostenibile leggerezza dei mercati? Forse sì, magari con la complicità di qualche tournée sponsorizzata” Certo non sarà facile, senza manco un motivetto da trasformare in suoneria per telefonini” CD NOVITÀ JOHN MAYER HAVIER THINGS Columbia-Sony Music Terzo album per questo venticinquenne considerato tra gli astri nascenti del nuovo cantautorato statunitense. L’album, arrivato in un baleno in vetta alle classifiche americane è davvero bello: la sua voce ricorda un po’ il timbro morbido di un Michael Franks e la raffinatezza di un James Taylor, ma album dopo album, il new-yorkese acquista maggior personalità. Da tener d’occhio, e a portata d’orecchio. JEWELL 0304 Cgd-Warner Dal folk-rock d’autore al puro pop danzabile. E senza scadere nella banalità. Quasi una mission-impossible, l’impresa di questa biondina alaskiana dal passato difficile e dal talento cristallino: quindici piccole lezioni di stile su cui dovrebbero riflettere tutte le Britney del mondo.

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