Nella mostra che la città offre dopo 25 anni al maestro Antoon van Dyck in Palazzo Ducale, ai Palazzi Rosso e Bianco, splende, è il caso di dirlo, la genialità di un pittore che, nonostante la morte precoce a 42 anni, nel 1641, ha lasciato una traccia vivissima di un’arte bella, elegante, nobile. Profondamente umana.
Ritrattista cordiale e intenso, autore di dipinti sacri dove unisce pathos, a devozione a teatro sincero, l’uomo che già si ritrae a quindici anni come un ragazzo fresco e quasi scanzonato (Vienna, Gemaldegalerie, 1615 circa)– lo farà ancora nella vita -, certo parte da Rubens e lo affianca. Ma al linguaggio focoso, ardente e fisico di Pieter Paul, propone la poesia di un pennello veloce, fluttuante e caldo che lo distingue dagli altri colleghi che incontra lungo i suoi viaggi. Da loro comunque prende il meglio e lo fa suo, che siano fiamminghi o tedeschi o italiani.
Nella rassegna genovese – la città dove ha soggiornato dal 1621 al 1627 – ci sono opere meravigliose. Stupiscono ma non aggrediscono. L’eleganza infatti è la cifra di Antoon van Dyck: il suo animo possiede una serenità di fondo, una delicatezza di sentimento ed una nobiltà di espressione e di indagine che rende ciò che rappresenta autentico, anche fastoso, anche drammatico, ma mai eccessivo.
I ritratti

Antoon van Dyck, Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo (?), inv. NG 6502, 1626 – 1627 ca., olio su tela, 219 × 151 cm; ©The National Gallery, London.
Stupisce ed affascina, tanto è veritiero, quello dei tre bambini Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo (1626-1627, Londra, The National Gallery). Tre bambini della nobiltà genovese posti all’ingresso di un pronao classico: Alessandro vestito di raso e oro scintillante che sembra di toccare la stoffa, l’ampia gorgiera “da grande”, lo sguardo dignitoso; il fratello dai capelli biondi e ondulati e il più piccolo ancora vestito da bambina, come si usava. I colori scintillano flessuosi, sono caldi, affettuosi, e i tre si presentano a noi nella loro dorata infanzia, non priva tuttavia di una nota dolorosa, perché il più piccolo morirà presto. Antoon li riveste di abiti sontuosi, li ritrae con misura e la malinconia del corvo presagio di morte. È un capolavoro. Non ci si stancherebbe mai. Si “sentono” sguardi, sentimenti, si “toccano” i vestiti. È un’atmosfera che sa di profumo. Di una freschezza invidiabile.
È la nobiltà umana prima che di sangue. Il ritratto di Maria Chiavari Durazzo (forse) (Roma, Collezione Odescalchi, 1626-1627) ha certo alle spalle Rubens e Tiziano, ma Antoon ha un pennello libero, scorrevole, indagatore del volto florido, delle mani belle, degli abiti tra seta e velluto all’interno di un paesaggio di fantasia, arioso, vagante come un’onda.

Anton van Dyck, Ritratto di una dama genovese, forse Maria Chiavari Durazzo, 1626 – 1627 ca., olio su tela, 237 × 150 cm; Roma, collezione Odescalchi
Parlano senza gridare i Tre figli di re Carlo I d’Inghilterra (Torino, Galleria Sabauda, 1635), fasciati dalla seta, in posa “da grandi”. Stupendo lo sguardo dolcissimo di Carlo, quello ingenuo degli altri due tra le rose che sbocciano da una finestra, e l’immancabile cane da compagnia.
Compostezza luminosa, dunque, sempre.

Antoon van Dyck, Ritratto di John Belasyse, poi I barone di Worlaby, inv. LK1137, 1636 ca., olio su tela, 99,1 × 78,7 cm; Galleria BKV.
La galleria di personaggi è lunga, ne citiamo alcuni. Ecco il ritratto di Lord John Belasyse, I barone di Worlaby (Londra Courtesy Galleria, 1636 circa), quello di Carlo I e la moglie Enrichetta (Olomuc, Museo, Cekia, 1633) in dolce posa affettuosa, poi la moglie Mary Ruthven (Madrid, Prado, 1640) vestita di azzurro, cattolicissima, che espone il rosario, l’occhio soddisfatto di chi ha sposato il celebre artista. E infine quelli di alcuni vecchi del patriziato genovese, diffidenti e impenetrabili, avvolti nelle vesti che Antoon guarda con colpi fluenti, quasi a nascondere qualcosa di duro e rapace.
Grande autore nel genere sacro, sincero e vero, van Dyck offre il Crocifisso nel temporale (Palazzo Reale, Genova 1626) o l’Ecce Homo (Collezione privata, 1625 circa), opere di devozione appassionata ma non crudele. In quest’ultima tela il volto insanguinato del Cristo, colmo di dignità, rappresenta una concezione alta del dolore come sangue non solo fisico ma spirituale. È un’emozione autentica che ci prende,come accade nella Madonna col Bambino e sant’Antonio (Milano, Brera, 1630 circa) di un tocco vaporoso e affettuoso, tipico di un’arte così fervida, rispettosamente nobile e familiare insieme, di Anton van Dyck. Un genio da riscoprire.
Genova, varie sedi. Fino al 19 luglio (catalogo Allemandi)
