Valori dimenticati dell’Occidente

In antitesi con la corrente del pensiero debole e del relativismo oggi in auge, Giovanni Reale nella raccolta di saggi intitolata Valori dimenticati dell’Occidente traccia una ricerca rivolta alle ragioni profonde della teologia e della metafisica. L’immensa crescita del potere tecnico dell’umanità ha incrinato la fede nelle verità immutabili, eppure proprio questa situazione richiede una rinnovata coscienza dei valori ultimi slegati da valutazioni di tipo utilitaristico: la metafisica esige che si abbia la forza di credere in una Verità inutile, una verità non economicamente produttiva. Mentre l’attualità di una legge Zapatero scardina i punti di riferimento saldi, ancorati su leggi di natura non scritte ma universalmente valide, intorno a matrimonio, maternità e diritti dei minori, molti sociologi come Sabino Acquaviva riconoscono nella fenomenale mobilitazione per l’estremo omaggio al papa Giovanni Paolo II il desiderio profondo dell’uomo contemporaneo di guardare all’infinito e all’eterno più che all’edonismo soggettivo. A Roma è emersa impetuosamente una religione invisibile che sembrava costretta al nascondimento e che si è manifestata invece attraverso una partecipazione limpida e istintiva. È ancora possibile allora proporre all’uomo in rivolta contro i valori della famiglia, del matrimonio, della vita una risposta alternativa all’orizzonte storico sconsacrato e parlare di concetti assoluti capaci di esprimere la realtà divina e trascendente? Giovanni Reale, ricercatore del vero, attinge alle sorgenti del pensiero antico per richiamare alla memoria ciò che il pensiero contemporaneo avrebbe invece voluto dimenticare o dichiarare inconsistente. Riprende un’istanza del filosofo neoplatonico Beierwaltes: Cercare di sradicare alcune idee distruttive dell’uomo d’oggi attraverso il passato è un compito centrale della filosofia . Assume il significato di reazionario individuato da Nicòlas Gòmez Dávila, il cui pensiero aforistico fa da filo conduttore alle diverse parti del testo: Il vero filosofo, dunque, non è mai un portavoce della sua epoca ma è un angelo prigioniero del suo tempo. Professor Reale: in che senso con Nicòlas Gòmez Dávila il termine reazionario assume un significato positivo? La parola reazionario è di solito conside- rata in senso negativo, cioè contro il progresso. Ma può esserci un’altra faccia della medaglia in cui reazionario è positivo. Nicòlas Gòmez Dávila diceva addirittura che ogni autentico uomo che crede nei valori è un reazionario e che Platone è più di tutti un reazionario: reazione contro la negazione; che oggi si chiama nichilismo cioè l’uomo è misura di tutte le cose. Siccome non ci sono valori, tutte le teorie sono uguali nello zero. Albert Camus diceva che la vita di Napoleone e la vita di uno scaricabarile sono uguali. L’una vale zero come l’altra. Reazionario dunque indica il reagire contro questo sistema distruttivo per recuperare valori solidi. In Grecia ha vinto Platone nella battaglia contro i sofisti. Nelle Leggi afferma che misura di tutte le cose è Dio e amico di Dio è colui che cerca di imitarlo nella giusta misura. La giusta misura greca è appunto quella che l’uomo di oggi ha assolutamente dimenticato. Il volere sempre di più non ha limiti. Ha ragione dunque Gòmez Dávila nel dire che reazionario è colui che rimane saldo su principi che non possono assolutamente essere distrutti . In che misura, recuperando la metafisica platonica, è possibile una rinascita della filosofia e un ripristino dei valori? Platone con la scoperta della metafisica ha rivoluzionato la storia del mondo. La teoria delle idee è la scoperta che esiste una dimensione dell’essere che non è confinabile entro il dominio dei cinque sensi. Il soprasensibile per la prima volta è recuperato a livello di pura ragione. Platone ne ha dato la dimostrazione e questa è la sua grandezza. Il fatto che Socrate si trovi in carcere non lo puoi spiegare con delle cause fisiche, ma per una scelta e un valore morale. Per quanto riguarda le dottrine non scritte, Platone ha spiegato che tutta la realtà è fatta di due princìpi, l’Uno e la Diade. Oggi Platone rimarrebbe esterrefatto e direbbe che in questo momento prevale il principio diadico perché tutto si divide: marito, moglie, padre, madre, figli, maschio e femmina, partiti, correnti, sottocorrenti. Nella Repubblica Platone osserva che il bene della città è una città capace di fare unità, ordine nel disordine, numero nel caos. Oggi la psicoterapia riscopre la stessa risposta: tu hai il caos dentro di te, vediamo di fare ordine nel caos. La terapia dei malesseri di oggi è rifare unità in questa scissione diadica. Questo è ciò che fa il demiurgo nel Timeo: creare il còsmos dal caos. Questa è la posizione platonica. Nel panorama della filosofia contemporanea quale filosofo esprime quest’istanza? Hans Georg Gadamer è molto platonico. Nell’ultima intervista che gli ho fatto ha affermato di amare Platone più di Hegel e di Heidegger perché è l’unico ad avere insegnato a comunicare, a interpretare e a porre domande nel modo corretto. Oggi nell’epoca delle e-mail e dei cellulari si è perduta questa capacità di rapporto perché l’uomo scava il vuoto dentro sé e il vuoto non sa parlare…. Bisognerebbe recuperare il dialogo così come lo intendeva Platone? Si tratta certamente del dialogo dei dialoghi platonici, ma anche del recupero del ruolo significativo dell’arte come espressione del vero. Gadamer e Heidegger dicevano che il poeta esprime il vero. Dall’Illuminismo in poi è sfumata la dimensione trascendente in quella immanente e ne è derivata la disperazione, il non senso, l’angoscia. Se il vero per l’uomo di oggi, è solo l’angoscia espressa nel grido di Munch, allora non può derivare che angoscia. Ma se il vero è quello che papa Giovanni Paolo II ha visto con la sua fede e con la sua ragione, cioè la verità vista poetando, pensata filosofando, vissuta e creduta nella fede allora sono potuti nascere splendidi versi… il concetto vissuto e visto come immagine, come è avvenuto per Dante.

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