Valentino, che spettacolo!

Che spettacolo! sanciva la t-shirt del suo sesto titolo mondiale. Che spettacolo il motomondiale da quando in pista c’è lui, Valentino Rossi: per il pubblico e per gli sponsor, cresciuti parallelamente. Quando pochi anni fa si affacciò alla ribalta dei Gran Premi l’ambiente era terribilmente serio: per uno come lui, cresciuto a piadine e a sfide motoristiche in una cava, non era ammissibile vincere una gara di quel valore e trattenere le proprie emozioni. Così con le prime vittorie diede sfogo alle sue gag, architettate di notte nei bar di Tavullia assieme ai suoi fans, di giallo vestiti, autodefinitisi la tribù dei Chihuahua. Valentino voleva mostrare a tutti che non era solo un incredibile talento della velocità, ma che gli piaceva ridere e far ridere, introducendo, in quel mondo serio e paludato, un sano divertimento capace di coinvolgere i tifosi e mitigare l’impressionante stress del circuito. Prese il via una interminabile serie di irresistibili trovate comiche nel giro d’onore: gli amici travestiti da angelo custode o da pollo fatti salire in sella o la esilarante fuga verso una toilette portatile dei pompieri, per rispondere ad allusioni sul suo conto, la ragazzata della bambola gonfiabile per ironizzare sulle storie d’amore del rivale numero uno, Max Biaggi. Per non dire delle sue interpretazioni o dei fantasiosi travestimenti sul podio: Rossifumi (per imitare l’estroso Norifumi Abe), Robin Hood, Valentinik, Superman, skin-head o barbone, i capelli di ogni colore, fino alla macchietta del dottor Rossi, quando al debutto nella classe regina comprese che a certi livelli non si scherza ed occorre grande competenza. La genialità l’ha avuta in dote, assieme al numero 46, dal padre Graziano, gran cervello e cuore d’oro, un pilota che correva come il vento e disquisiva su Moravia, perdeva e vinceva con la stessa facilità, tentato sempre dal desiderio di fermarsi ad aiutare chi cadeva. Valentino grazie al suo naturale talento sportivo e mediatico è oggi un leader in pista ed un testimonial ideale per le lui contratti astronomici (solo quest’anno 26 milioni!) perché mai un campione dei motori era piaciuto tanto: ai tifosi, agli addetti ai lavori, alle ragazzine, alle mamme ed ai nonni. Persino trattare le aziende con spregiudicata sincerità fa parte del personaggio: solo uno come lui può permettersi di invitare le multinazionali ad abbassare il prezzo dei farmaci anti-Aida, esibendo un cartello come ha fatto in SudAfrica, o permettersi di dire davanti a chi lo ha scelto per promuovere una birra che la birra gli fa venire mal di testa. Valentino va di fretta anche nella vita (25 anni, sei titoli), ma nulla gli è regalato: non si vince il primo mondiale a 18 anni se non si è maturi anche fuori dai circuiti, una maturità temprata dal divorzio dei suoi genitori alle soglie dell’adolescenza, la naturale timidezza e l’assalto ossessivo di tifosi e giornalisti che lo costringono ad una dorata solitudine, la morte precoce di alcuni dei coetanei con cui ha condiviso le scorribande in Apecar inseguito dai Carabinieri. E Valentino, con encomiabile serietà, di fronte ad una di queste morti, fa cancellare una festa in suo onore invitando i fans a non correre e ad usare il casco. Le gare motociclistiche sono un mondo infido, segnato da una competitività esasperata: per questo, gesti come quello di pulire l’asfalto con moccio e scopettone dopo che il rivale Gibernau l’aveva fatto punire per aver gommato la pista davanti alla sua casella di partenza in Qatar vanno ben al di là di pur atteggiamenti goliardici. Valentino, Vale, ha capito che la gente non sopporta che un pilota, coperto di denaro per fare ciò che gli piace fare, possa mostrarsi infelice. Vale ha sempre fatto credere alla gente che lui si diverte: in realtà c’è ben poco nel suo comportamento che sia lasciato al caso. Vale lavora e cura ogni dettaglio meglio di qualunque altro pilota, si attarda in officina fino a notte fonda, vede e rivede ogni particolare con il suo team. Un insuperabile team di ingegneri e meccanici che ha voluto con sé alla Yamaha, per vincere insieme l’ultima emozionante sfida: abbandonare l’invincibile Honda per correre con una casa che non vinceva da 12 anni, facendo risorgere con i suoi consigli una moto praticamente a pezzi, e dimostrando che un pilota vale più della moto. Oggi nessuno al mondo sa dominare quei bolidi a due ruote come sa fare lui. La sua meticolosità nella preparazione della moto e della gara può sembrare quasi maniacale: bagnarsi le dita e strofinarsi gli occhi, gingillare l’orecchino, infilare casco e guanti, accovacciarsi a destra della moto afferrando con la mano sinistra il poggiapiedi, montare in sella e tirare su il sedere della tuta uscendo dai box non sono gesti scaramantici (un corridore serio come lui non potrebbe credere che una vittoria dipenda da come si è infilato i guanti!), ma un rituale attento e minuzioso per prepararsi nel modo migliore ad una gara in cui il minimo calo di concentrazione, con 200 cavalli fra le ginocchia, non fa solo sfuggire una vittoria, ma aumenta pericolosamente i rischi di fatali incidenti. Anche se fa comunque sorridere un campione miliardario che passa le ore nel box a disegnare ed appiccicare personalmente i propri adesivi sulla carrozzeria come un qualunque ragazzo di borgata.

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