Vaiolo delle scimmie, c’è da preoccuparsi?

No agli allarmismi, ma più attenzione all’equilibrio degli ecosistemi. Questa è la vera sfida epocale che anche il virus ci pone di fronte
vaiolo delle scimmie

Nel mondo sta destando attenzione e comprensibile preoccupazione la diffusione di casi di una malattia virale, nota dalla fine degli anni ’50 del secolo scorso con il nome di vaiolo delle scimmie (Monkeypox).

Questa malattia è stata scoperta per alcuni casi fra i primati allevati in cattività e può trasmettersi all’uomo in determinate condizioni (essenzialmente contatto stretto e prolungato); il primo caso umano risale al 1970 (Congo) e successivamente sono stati registrati altri casi nei Paesi dell’Africa centrale e occidentale; i casi verificatisi fuori dal continente africano sono stati fin qui legati soltanto a viaggi internazionali o animali importati.

Il 7 maggio 2022 si è verificato un caso di Monkeypox nel Regno Unito, che è ritenuto essere di importazione, seguito da segnalazioni puntiformi in tutto il mondo di altri 37 casi a verosimile trasmissione fra uomo e uomo; nessuno dei pazienti coinvolti ha una storia recente di viaggi in aree endemiche.

Il 19 maggio 2022 è stato isolato il primo caso in Italia, presso l’INMI Spallanzani di Roma (qui il comunicato stampa della notizia:

https://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=5907

Attualmente le principali agenzie governative di sanità pubblica stanno monitorando la situazione internazionale, valutando il rischio di allerta e le eventuali misure da intraprendere, con le consuete modalità di sorveglianza sanitaria applicate alle patologie infettive potenzialmente diffusive.

In Europa tale monitoraggio, periodicamente aggiornato, viene assicurato dall’ECDC e si trova qui:
https://www.ecdc.europa.eu/en/news-events/epidemiological-update-monkeypox-outbreak

Il vaiolo delle scimmie è una patologia infettiva causata da un virus della stessa famiglia del vaiolo e con sintomi simili: dopo un periodo di febbre, affaticamento e gonfiore dei linfonodi, compare un’eruzione cutanea che frequentemente inizia sul viso e in seguito si diffonde ad altre parti del corpo, palmi delle mani e piante dei piedi compresi. In seguito, le macchie si trasformano in vescicole purulente (formando pustole), che dopo diversi giorni evolvono in croste. La malattia si risolve in genere spontaneamente in 2-4 settimane con adeguato riposo e senza terapie specifiche (le cure sono volte ad alleviare i sintomi). Esistono antivirali che possono essere utili nei rari casi complicati, ma non costituiscono una terapia specifica.

La malattia si trasmette per contatto diretto (con maggiore difficoltà fra uomo e uomo) e pertanto le comuni misure di igiene personale e l’isolamento dei casi identificati sono sempre stati sufficienti a prevenire la diffusione in forma epidemica.

Il Monkeypox è inoltre prevenibile con la vaccinazione, in quanto il vaccino contro il vaiolo umano (non più utilizzato dal 1980 per l’eradicazione di questa patologia) mantiene un’efficacia stimata intorno all’85% anche per questo virus, geneticamente molto simile.

Cosa fare e cosa non fare

Sebbene la diffusione inaspettata di casi di una malattia virale a livello mondiale generi comprensibile allarme e apprensione, non ci sono al momento elementi di preoccupazione che facciano sospettare un cambiamento nel comportamento del virus, tale da renderlo più aggressivo o più facilmente diffusibile.

Sono da evitarsi allarmismi, misure restrittive ingiustificate e atteggiamenti di diffidenza o, peggio, di discriminazione verso persone o gruppi etnici che si possono ritenere, a torto, potenziali diffusori della malattia.

L’esperienza del Sars-Cov-2 ha richiamato tuttavia l’attenzione della comunità internazionale sull’importanza della sorveglianza sanitaria globale e sulla tempestività di condivisione di informazioni dettagliate sui microrganismi di interesse epidemiologico. Tale condivisione è essenziale non solo per intervenire rapidamente con misure efficaci e bloccare tempestivamente la diffusione di eventuali focolai, ma anche per coordinare a livello mondiale le campagne di immunizzazione e di testing, impedendo che le pandemie sfuggano al controllo o che si creino “nicchie” nelle quali gli agenti patogeni, circolando nella popolazione, possano evolvere ulteriormente verso nuove forme patogene.

Come tutti sappiamo, queste problematiche rappresentano una sfida epocale, da giocare nel prossimo futuro. La combinazione di fattori come l’aumento della popolazione umana, i cambiamenti climatici e la diffusione degli habit umani in praticamente tutte le nicchie ecologiche del pianeta renderanno sempre più probabile la circolazione di virus fra l’uomo e altre specie umane. Il meccanismo del “salto di specie”, meglio noto come “spillover”, è basato sull’accumulo casuale di mutazioni: maggiori sono le occasioni di contatto stretto fra specie animali diverse, tanto più è probabile che avvenga, sia con i nuovi virus sia con le vecchie conoscenze.

In effetti, fra il vaiolo delle scimmie, la MERS dei dromedari, la diffusione di casi di aviaria dei polli, la circolazione del SARS-COV-2 in specie animali sfruttate dall’uomo e la peste suina, può sembrare quasi di vedere un film apocalittico realizzato da un Walt Disney impazzito.

La realtà, battute a parte, è che stiamo anche in questo caso sottovalutando le conseguenze del nostro atteggiamento irresponsabile verso gli ecosistemi e la natura. L’equilibrio globale e la sostenibilità ambientale sono un problema che ci riguarda direttamente, e maledettamente da vicino.

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