Vaccino antinfluenzale: chiariamoci le idee

È unanimemente riconosciuto che la prevenzione dell’influenza è la più importante misura di sanità pubblica, a condizione che sia generalizzata a tutta la popolazione: quando ciò avviene protegge nel 50-80 per cento dei casi. È anche noto che i maggiori diffusori del virus sono i bambini e gli adolescenti sani che lo esportano dalle scuole in casa. Seguono gli operatori sanitari, gli impiegati dei ministeri, i lavoratori di grandi fabbriche, i militari, i religiosi che vivono in comunità. È così che l’influenza si trasmette ai genitori o ai nonni ultrasessantacinquenni. Ne deriva che gli anziani, i malati gravi spesso domiciliati in casa propriadall’attuale sistema dei ricoveri ospedalieri, sono protetti nella misura in cui la vaccinazione riguarda la maggioranza della popolazione. Evitare la perdita di giornate di scuola o lavorative è inoltre un vantaggio economico per la società, in un momento di evidente difficoltà economica. Per questi motivi siamo rimasti sorpresi dalla dichiarazione rilasciata dal nostro ministro della Sanità lo scorso 5 ottobre, secondo la quale la vaccinazione era necessaria solo per gli ultrasessantacinquenni e per i bambini malati. Non ci ha convinto neanche quanto affermato sulla Sars, che, diversamente da quanto detto in agosto, non rappresenterebbe un pericolo per l’Italia: inutile quindi la vaccinazione antinfluenzale di massa per meglio circoscrivere eventuali casi di questa malattia. Anche se nel frattempo è stato preparato un test valido per il riconoscimento della Sars, ad una persona che ne venisse colpita essa può essere diagnosticata più rapidamente, sapendo che è stata precedentemente vaccinata contro l’influenza, vista la somiglianza dei due quadri clinici. Se a queste considerazioni aggiungiamo che secondo l’Istituto Superiore della Sanità, non tutte le regioni avrebbero ancora ordinato i vaccini che debbono erogare gratuitamente per i soggetti a rischio, ci chiediamo se l’ottimismo sulla futura epidemia influenzale sia dovuto più alla necessità di risparmiare che ad oggettive valutazioni clinico-epidemiologiche. D’altro canto la competenza e l’esperienza del prof. Sirchia sono fuori discussione. Comprendiamo che le casse dello stato sono vuote, ma, a nostro avviso, sarebbe stato meglio dire ai sani di vaccinarsi a loro spese, come gesto di solidarietà verso i malati, gli anziani ed anche la salute dell’economia del nostro paese. Ed in futuro controllare meglio su altri capitoli di spesa. Non vorremmo certo assistere ad uno sviluppo che ci faccia pensare più all’industria della salute che ad una medicina basata sulle reali esigenze della persona. Già quest’estate abbiamo assistito ad un’ecatombe d’ammalati e d’anziani per il clima torrido e per la solitudine in cui spesso si trovano. Dire allora francamente che vaccinarsi è un dovere individuale e collettivo, un atto dovuto nei confronti di quelli di noi che sono più indifesi può aiutarci a non ripetere errori già commessi in precedenza.

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