Uss Indianapolis

È una pellicola sulla Seconda guerra mondiale, un film nel complesso interessante, che racconta uno dei momenti più cupi della storia umana: quello in cui le bombe atomiche distrussero Hiroshima e Nagasaki

C’è un momento, nel capolavoro di Steven Spielberg, Lo squalo, in cui i tre uomini che danno la caccia al grande predatore si ritrovano di notte in alto mare. La barca, ferma, attende la luce per riprendere il combattimento e l’animalesco Quint, quando ormai tutti sono alticci, inizia a spiegare cosa significhi la scritta “Corazzata Indianapolis” che ha tatuata sopra il braccio. Gli altri ascoltano muti, rapiti, stregati. Ebbene, ora la “Indianapolis” ha un film interamente dedicato a lei, diretto dal regista Mario Van  Peebles e interpretato da un bravo Nicholas Cage. È una pellicola sulla Seconda guerra mondiale, un film nel complesso interessante, che racconta uno dei momenti più cupi della storia umana: quello in cui le bombe atomiche distrussero Hiroshima e Nagasaki. Siamo nell’estate del ’45 e all’incrociatore americano “Indianapolis” viene affidato il compito, segretissimo, di consegnare ciò che nella sua atrocità segnerà la fine del conflitto. Non c’è una scorta aerea, e quindi nessuna possibilitàdi opporsi a un eventuale attacco dei sottomarini giapponesi; così, nel viaggio di ritorno un siluro trapassa la pancia della nave facendola affondare in pochi minuti. Al largo delle Filippine  quasi 1200 marinai finiscono in mare, e ci vorranno 4 giorni perché i soccorsi recuperino i sopravvissuti, quei circa 300 soldati capaci di resistere alle ferite, agli stenti e ai continui attacchi degli squali. Il film, in cui non manca qualche passaggio narrativo frettoloso, si poggia sulla figura (reale) del capitano Charles Mcway (Cage, appunto) e di due giovani marinai amici destinati a sorte opposta. Dopo una prima parte efficacemente descrittiva del contesto, e dopo le sequenze spettacolari e drammatiche dell’inabissamento e della battaglia dei naufraghi per la sopravvivenza, USS Indianapolis mostra le responsabilità del governo americano di fronte alla tragedia e il processo che ne seguì, da cui Mcway uscì completamente assolto, anche se questo non bastò a placare i suoi sensi di colpa e l’ingiusto linciaggio da parte dei parenti delle vittime.

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