Uscire dal coma cerebrale

In una piccola percentuale di pazienti in stato vegetativo o minimamente cosciente, si verificano episodi di attivazione cerebrale che riflettono forme di consapevolezza.
Sanità

A un anno dal caso Englaro, i media hanno puntato nuovamente i riflettori su questo delicato problema dai molti risvolti. Uno degli aspetti più controversi riguarda la ricerca: allo stato attuale, infatti, non c’è certezza su cosa provi effettivamente l’ammalato in questa particolare condizione e, d’altra parte, si sa che è possibile uscire dal coma cerebrale, sia pure con gravi complicazioni residue.

Vivo interesse in tal senso hanno suscitato le prime osservazioni compiute con la risonanza magnetica funzionale (Rmf), una modifica della Rm cerebrale, in grado di evidenziare quali zone del cervello di questi malati siano funzionanti. Un’idea della novità del metodo ci viene dalla sua multidisciplinarietà, che coinvolge esperti di fisica, elettrofisiologia, neuroanatomia, neurofisiologia, psicologia e statistica.

Ulteriori recenti indagini effettuate con la Rmf hanno dimostrato che in una piccola percentuale di pazienti in stato vegetativo o minimamente cosciente, si verificano episodi di attivazione cerebrale che riflettono forme di consapevolezza. I ricercatori del Medical Research Council Cognition and Brain Sciences Unit, di Cambridge e del Coma Science Group, Cyclotron Research Center, di Liegi hanno sottoposto 54 pazienti con gravi danni cerebrali a indagini mediante Rmf con una particolare procedura che consisteva nel richiedere al paziente di immaginare di compiere delle azioni. Cinque pazienti sono risultati in grado di modulare in maniera efficace la propria attività cerebrale e, per tre di questi, l’utilizzo di ulteriori test ha consentito di evidenziare alcuni segni di consapevolezza. «Abbiamo voluto mettere a punto una nuova metodica che possa consentire di sviluppare forme semplici di comunicazione con pazienti apparentemente privi di attività cognitiva», ha commentato Martin M. Monti, principale autore dello studio. L’indagine merita ulteriori conferme e miglioramenti; ma fin d’ora si può affermare che questa è la strada maestra per assistere in un modo meno passivo e strumentale le persone colpite da questa drammatica situazione e consentire scelte più razionali ai loro familiari e ai medici curanti.

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