Il copione appare simile: un attivista (questa volta uomo) che “fa presenza” (perché questa è di fatto la linea tenuta, almeno nelle intenzioni: fare da osservatori, pacificamente) ad una delle tante azioni dell’Ice (la polizia che si occupa dell’immigrazione) a Minneapolis, la tensione che sale quando l’uomo si mette tra un agente e una donna a cui quest’ultimo stava spruzzando dello spray al peperoncino, a cui segue, per motivi ancora da chiarire, una colluttazione in cui sono coinvolti 6 agenti e degli spari. Così è morto Alex Pretti, 37enne infermiere di terapia intensiva (i cui nonni erano giunti negli Usa dall’Italia), sabato 24 gennaio. Un uomo, si riferisce, noto per il suo impegno a favore della comunità, non certo per essere un violento. Un copione che ricorda quanto accaduto a Renée Good, appena poche settimane prima.
La prima versione dei fatti fornita dal dipartimento di Sicurezza interna, in cui si parlava di un 50enne che aveva affrontato gli agenti con una pistola, è stata rapidamente smentita dai numerosi video girati dalle persone intervenute: si vede infatti chiaramente Pretti tenere in mano un cellulare con cui sembra stia filmando la scena, non una pistola. Dopo aver cercato di difendere una donna colpita dagli agenti, anche Pretti viene a sua volta attaccato, infine buttato a terra, e si sentono i colpi di pistola. Si vede in effetti un agente allontanarsi con in mano una pistola simile a quella che Pretti avrebbe potuto avere con sé in quanto munito di porto d’armi, ma nel video non lo si vede mai estrarla: possibile dunque che l’agente, dopo averlo buttato a terra, l’avesse notata e gliel’avesse tolta. Niente comunque che faccia pensare che i colpi che hanno ucciso Pretti fossero stati una risposta a quelli esplosi da lui; anzi, nemmeno si capisce se quell’arma fosse effettivamente sua.
Questa volta però, complice l’atmosfera ormai incandescente che si è creata attorno alle azione dell’Ice, la reazione è stata immediata. Innanzitutto da parte delle persone presenti: secondo quanto riferito, circa un centinaio di queste hanno circondato gli agenti, e sono volate anche pietre e cassonetti della spazzatura contro di loro. Sono seguite altre manifestazioni (questa volta senza violenza) nel corso del weekend, sia a Minneapolis che in altre città. Fioccano poi le testimonianze sia di persone comuni, che anche di componenti delle forze di sicurezza locali, sugli abusi compiuti dagli uomini dell’Ice: dai medici che riferiscono di come è stato loro impedito di portare soccorso a persone ferite, ad altre che affermano di essere state bloccate senza motivo, alle numerose segnalazioni di bambini detenuti insieme ai genitori nonostante fossero regolarmente in attesa del permesso di soggiorno. Sui social è diventata virale l’immagine del bambino di 5 anni arrestato insieme al padre, con un vistoso berretto blu, accostato a quella della bambina con il cappotto rosso del film Schindler’s List.
Da segnalare anche le testimonianze dei giornalisti: anche una troupe della Rai ha documentato a In mezz’ora di essere stata presa di mira da una pattuglia dell’Ice, con minacce di rompere il finestrino della loro auto e trascinarli fuori se non avessero smesso di filmare.
Poi c’è la reazione delle autorità locali: sia il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che il governatore del Minnesota, Tim Waltz, pur invitando nuovamente i cittadini a mantenere le proteste su un piano pacifico (come in effetti è stato nella maggior parte dei casi), hanno avuto parole ancor più dure verso l’amministrazione federale: «Quante persone dovranno ancora morire prima che questa amministrazione capisca? State proteggendo le famiglie o le state facendo a pezzi?», ha affermato Frey. «Il sistema giudiziario del Minnesota avrà l’ultima parola su questo – ha assicurato Waltz -. La deve avere. Come ho detto chiaramente questa mattina alla Casa Bianca, il governo federale non può essere affidabile nel condurre questa inchiesta».
A far intuire però che questa volta l’Ice ha davvero superato il limite è lo stesso atteggiamento di Trump: dopo una prima fase in cui ha liquidato la questione chiedendo di “lasciar lavorare i nostri patrioti”, e ha accusato le autorità del Minnesota di fomentare gli scontri, in un’intervista al Wall Street Journal ha dichiarato che l’amministrazione sta «riesaminando tutto» sulla sparatoria e che gli ufficiali addetti all’immigrazione «a un certo punto» lasceranno la zona. Ma anche all’interno del partito repubblicano si evidenziano le prime crepe, con alcuni senatori che hanno chiesto un’indagine indipendente sull’operato dell’Ice, sostenuti anche da governatori della stessa parte politica. Non solo: alcuni commentatori hanno fatto notare come, quand’anche Pretti avesse effettivamente avuto con sé la pistola senza usarla contro gli agenti, per l’elettorato repubblicano è inaccettabile che venga criminalizzato il porto d’armi, uno dei capisaldi delle loro politiche.
Ad avere molta risonanza è stato poi il commento di un ex presidente, Barack Obama: «Gli agenti federali fanno un lavoro difficile − riconosce −, ma gli americani si aspettano che lo facciano nel rispetto della legge, e che lavorino con, e non contro, le autorità locali […] In Minnesota stiamo vedendo l’opposto. Da settimane i cittadini sono indignati davanti alle scene di agenti mascherati che si muovono nell’impunità […] Tutto questo deve finire. Spero che, dopo quest’ultima tragedia, l’amministrazione rivedrà il suo approccio, e troverà il modo di lavorare in maniera costruttiva con il governatore Walt, il sindaco Frey e la polizia locale per evitare il caos e ristabilire la legalità. Intanto, ogni americano dovrebbe sostenere e prendere ispirazione dall’ondata di proteste pacifiche a Minneapolis e in altre parti del Paese. Ci ricordano che è compito di ciascuno di noi come cittadini prendere posizione contro le ingiustizie, proteggere le nostre libertà fondamentali, e chiedere contro al governo delle sue azioni».
Anche un altro ex presidente, Bill Clinton, ha rilasciato un comunicato di condanna di quanto sta accadendo a Minneapolis, che si conclude dicendo: «Nel corso della vita, ci sono solo pochi momenti in cui le nostre decisioni e le nostre azioni plasmano il futuro. Questo è uno di quei momenti. Se rinunciamo alle nostre libertà dopo 250 anni, potremmo non riaverle più. È compito di tutti noi che crediamo nella democrazia americana prendere posizione, e dimostrare che la nostra nazione appartiene ancora “Noi, il popolo” [l’incipit della Costitutzione americana, ndr]». Riferimenti alla libertà e alla Costituzione che certamente sono cari anche all’elettorato repubblicano.