Uomini di Dio

In Italia il film francese campione d’incassi e candidato all’Oscar. Un amore assoluto.
Uomini di Dio
Un gruppo cammina sotto la neve. Padre Christian si avvicina al vecchio padre Luc e gli sussurra: «Ce la fai?». E l’altro: «Sì». Così, nel silenzio di un viaggio verso la morte chiude Des hommes et des dieux – sugli uomini e sugli dei –, il film di Xavier Beauvois, Gran Premio della critica a Cannes, Premio ecumenico e Premio dell’educazione nazionale in Francia.

 

La storia dei sette monaci uccisi da ignoti – il Gruppo islamico armato (il famigerato Gia) o l’esercito algerino? – a Tibhirine nel 1996 è diventata un fenomeno mediatico. Tre milioni di spettatori, decine di interventi su stampa, radio e televisione. «Se ne parla ogni settimana – commenta Alain Boudre di Nouvelle Citè, editrice che ha pubblicato nel 2006 il testo-base per il film Passion pour l’Algérie, Les moines de Tibhirine, di John Kiser –. Il successo è dovuto al passaparola. La gente, entusiasta, ha fatto pubblicità con giovani e anziani, cristiani e non credenti». In una nazione laica e con un regista non credente, la vicenda del gruppo monacale che vive un rapporto di autentica fratellanza con gli abitanti di un villaggio musulmano, fino alla morte, ha fatto riemergere un bisogno di spiritualità che la laicizzazione non riesce a soffocare.

 

Nessun orpello religioso, nessun clericalismo e nessuna propaganda ideologica nel film. Con uno stile asciutto come la vita di questi uomini – lavoro, preghiera, amore per la gente –, una recitazione perfetta fatta di sguardi e di parole essenziali (bellissimi i primi piani dei monaci), lunghi silenzi e visioni della natura piene di simbolismo, la storia coinvolge e commuove.

Il titolo, malamente tradotto in italiano con Uomini di Dio, «non ha una spiegazione ufficiale – dice Boudre –, vuole significare la vita di uomini che sono in contatto con Dio», o meglio, trattandosi di cristiani e musulmani, con varie idee su Dio.

 

Ma non ci sono speculazioni filosofiche, né politiche. Questo è un film sulla vita, una storia d’amore di uomini che restano accanto ai loro “fratelli” musulmani, nonostante il terrorismo. Sono incerti e fragili, anche. La fede che li guida porta ciascuno, con libera scelta, a superare la paura della morte e a non fuggire. Non vogliono fare i martiri, scelgono l’amore assoluto di chi dà la vita. Nell’ultimo pasto insieme, sulle note della “morte del cigno” di Ciajkosky, ci sono sorrisi e lacrime. Un momento di cinema spirituale straordinario, fra i migliori. Anche se nella nostra Italietta, non tutti l’hanno capito.

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