Uno stile di pensiero

La fede – che è poi il vivere “in” Gesù – non è ostile o estranea al pensare, generandone piuttosto una forma peculiare.
Persone in dialogo

Ancora sulla fede: e questa volta sullo stile di pensiero che da essa nasce e di essa si nutre. Sì, perché la fede – che è poi il vivere “in” Gesù – non è ostile o estranea al pensare, generandone piuttosto una forma peculiare. Tanto che l’apostolo Paolo può scrivere che, per mezzo della fede, possiamo godere non solo del cuore ma anche del pensiero di Cristo!

Ma cosa si vuol dire con ciò? E come si fa, in concreto, a esercitare il pensiero di Gesù? E che cosa comporta per la chiamata dei cristiani a essere, fianco a fianco di tanti, lievito di trasformazione anche sociale e culturale? Significa, innanzitutto, esercitare un pensiero che accoglie, che non è possessivo, onnivoro, inebriato della “volontà di potenza”, ma che al contrario sa farsi spazio grato e stupito in cui può riversarsi e risplendere il dono che è racchiuso in tutto ciò che è e accade attorno a noi. Un pensiero recettivo, dunque, ricco di legami, amante, fresco, gioioso… Non facilone o buonista, certo, ma allenato al discernimento di quanto è secondo il cuore di Dio.

Significa, poi, un pensiero che è trasparente, che non vuole autopossedersi o meglio che non s’esercita come strumento attraverso cui l’io si rafforza e si rinchiude nella fortezza della propria identità, così essendo – troppo spesso – inficiato dal pregiudizio, dal sospetto, dal disincanto, dalla sfiducia, dai secondi fini. No: un pensiero invece che, essendo tutto aperto a Dio, è aperto a 360° alla storia, è puro, dritto, disarmato, essendo insieme vigilante e prudente.
Significa, ancora, un pensiero che sa ascoltare il pensiero dell’altro e in certo modo sa pensare “dentro” il pensare dell’altro. Questa, soprattutto, è la frontiera dell’oggi. Ma a ciò già esortava Paolo: «Mi son fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno». È l’abbandono patito da Gesù in croce che spinge l’apostolo su questa strada. Perché Gesù ha addirittura arrischiato il suo rapporto d’unità col Padre per diventare uno di noi sino in fondo, e così al Padre con sé riportarci.

Significa, infine, un pensiero che sperimenta la “risurrezione” da e con l’altro. La vulnerabilità di chi ama e pensa nell’amore, infatti, genera incontri veri e da essi vita nuova. Lo sottolinea la teologa Maria Teresa Porcile: «Gesù, nel comunicarci il segreto più grande, il nome del Padre, ci chiama “amici”. Non si ha rivelazione dell’essere di Dio se non nell’amore e nell’amicizia. Ciò significa apertura all’altro, a chi è differente, che ci arricchisce e, benché a volte infastidisca o ferisca, finisce col dilatare lo spazio del nostro cuore» (La donna spazio di salvezza, EDB, 1996).
L’auspicio, e l’impegno, è che tutti gli ambienti di vita, di formazione e di lavoro che ci vedono protagonisti nella sequela della fede e nel servizio che essa suscita, diventino palestre efficaci di questo stile di pensiero.

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