C’è uno sbirro in Appennino, e pure su Rai1, per quattro prime serate dal 9 aprile: tutte dirette dall’esperto e bravo Renato De Maria. Questo sbirro è Claudio Bisio, calato nei panni di Vasco Benassi: un commissario di Polizia che da Bologna torna nel natìo borgo montano perché qualcosa, sul lavoro, è andato storto.
In realtà, per il suo mestiere di investigatore, di talento ne ha parecchio ed è per questo che – al di là dell’inciampo per cui ha ripreso a respirare le sue origini – lo ha raggiunto una giovane poliziotta napoletana: tale Amaranta (la sempre brava Chiara Celotto), giunta tra i boschi emiliani volontariamente, per imparare i segreti professionali dal maestro.
La ragazza è spigliata, disinvolta, libera e capace di buone intuizioni investigative. Proprio come Benassi, però, è un po’ sui generis e diciamo non impeccabile nel rispetto delle regole.
A Muntagò, inoltre, il paese immaginario dove Vasco riprende servizio, e dove conosce praticamente tutti (sua cugina è un’agente del commissariato e il marito è un vecchio amico di Benassi), capita di incontrare anche la sindaca di Bologna, Nicole Poli.
La interpreta Valentina Lodovini ed è (anche lei) una vecchia conoscenza del commissario. Addirittura, è una sorta di amore più o meno platonico del suo passato.
Nicole ha un figlio che ha mollato gli studi e si è rifugiato tra i monti, vivendo nella vecchia casa dei nonni in modo non omologato e forse illegale e pericoloso. Con lui, col nipote di Benassi e con un altro, bizzarro collega del poliziotto, si completa la foto di gruppo di Uno sbirro in Appennino, fiction prodotta da Picomedia in collaborazione con Rai Fiction.
Nell’istantanea appena descritta, tuttavia, si inserisce di diritto, come vero e proprio personaggio, l’appennino stesso con la sua bellezza, le sue tradizioni, la sua cultura e il tema dello spopolamento.
Tra cascine, cacciatori, lambrusco, sentieri nel verde, fitte selve, fiumi e vicoli di pietra, è questo il punto più interessante – stando almeno ai primi due episodi sinora andati in onda – della nuova serie Rai.
Lo spazio di Uno sbirro in Appennino, così marcatamente caratterizzato, è ciò che insaporisce maggiormente, assieme a qualche guizzo del garante Bisio, questa novità per il resto non particolarmente brillante negli snodi, negli intrecci giallo rosa, nel solito mix tra mistery e commedia.
Non sembrano particolarmente innovative le vicissitudini orizzontali tra un caso e l’altro da risolvere, e nemmeno il contorno dei personaggi innocui e stravaganti che ricordano (ancora una volta) i Catarella di Montalbano o i Cecchini di don Matteo.
Anche in Uno sbirro in Appennino, del resto, il genere è il contenitore per raccontare, in un sostanziale clima da commedia, dinamiche sociali e culturali del presente. Per capire meglio, soprattutto il sottotesto di questa fiction appena partita, scritta per altro dal navigato e bravo Fabio Bonifacci, bisognerà attendere ancora, tra gli enigmi che si chiudono di episodio in episodio, i rapporti umani che si evolvono, e un vecchio mistero legato a un incidente automobilistico in cui la sorella dello stesso Benassi perse la vita.
Alla guida del mezzo c’era proprio Vasco, ma c’è di mezzo – probabilmente con colpa – un misterioso furgone giallo e c’è da scommettere che negli episodi a venire, questo dettaglio non rimarrà in sospeso. Anche perché quell’evento ha segnato la vita del protagonista, e in una storia già dalle premesse circolare, la sensazione forte è che il buon Vasco metterà finalmente a posto questo determinante, angosciante tassello.

