Uno che guarda lontano

Ha sempre avuto uno sguardo privilegiato verso i giovani, ai quali ha parlato anche dalle pagine di “Città Nuova”. Don Gino Rocca, ci ha lasciato dopo novantuno primavere. Ripubblichiamo l'ultima intervista che ci aveva rilasciato
Don Gino Rocca
«Un dono per tutti è la tua fedeltà al Signore, al sacerdozio che è gemmato, nel corso della tua esistenza, anche per la chiamata a far parte della comunità dei Focolari». È uno stralcio del messaggio che mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma, ha inviato a don Gino per i suoi novant’anni, nel 2011. Nato a Bacedasco di Castell’Arquato (Pc) il 15 gennaio 1921, don Gino Rocca è morto l'altro ieri.

Trasferito a Parma con la famiglia, era stato ordinato sacerdote il 3 giugno 1944. Laureato in Teologia alla Gregoriana di Roma, è stato parroco della chiesa di San Tommaso a Parma. Dal 1965 risiedeva a Loppiano, dove ha insegnato Teologia dogmatica. Ha sempre mantenuto un forte legame con la sua diocesi di origine che non ha mai mancato di mostrargli affetto e riconoscenza. Di seguito ripubblichiamo la sua ultima intervista.



Già lo so, appena gli giungerà notizia di questo numero della rivista, don Gino storcerà un po’ il naso: «Ma quante ne racconto!». Certo, di cose da dire don Gino Rocca ne ha tante, ma il guaio non è rimanere rapiti dal suo intercalare, bensì dal suo sguardo vispo, furbo, profondo: mai si direbbe sia quello di chi – causa un glaucoma – non vede quasi più niente.

Qui tutti lo sanno, don Gino è uno che “vede lungo”: se ne sono accorti gli abitanti di Parma, la sua città d’origine, ma anche a Loppiano, la cittadella dei Focolari dove risiede da 46 anni, aiutando giovani e adulti attraverso preziosi consigli, dal vivo, ma anche attraverso le pagine di Città Nuova. Don Gino oggi non si muove quasi più, almeno fisicamente. Ma per tutto il resto invece si fa fatica a stargli dietro. Anche quelle rughe, quel sorriso, quella “erre moscia” irresistibile (d’origine piacentina) lo stanno a testimoniare: si può essere felici, anche quando intorno è buio.

 

Davvero, don Gino, si può gioire nella prova?

«La mia esperienza lo dimostra. Avevo poco più di quarant’anni quando mi hanno diagnosticato il glaucoma agli occhi. Ho capito che la mia realizzazione stava nell’accettare quella misteriosa situazione: se la voleva Dio, sarebbe andata bene anche a me».

 

Comunque non è stata una passeggiata…

«È stata dura, anche perché ho sempre amato il mio lavoro a servizio della mia città e della diocesi. Ma prima ancora della malattia, avevo conosciuto la spiritualità dell’unità che ha completamente cambiato la mia mentalità, allora molto chiusa, aiutandomi a vivere “con” e “per” gli altri».

 

La novità di questo passaggio quale è stata?

«Ho perso i miei pensieri, le mie convinzioni, i miei studi, le mie superbie. Ho l’impressione che questa prova abbia avuto un ruolo fondamentale per costruire una comunione più profonda, e in un certo senso più vera, con Dio e con i prossimi, al di là di essere laico o prete. Forse è stata un’occasione per annunciare il Vangelo in modo più puro, a servizio di tutti. Nonostante i miei limiti e un dolore al limite della disperazione, l’esercizio di amare sempre il prossimo mi ha reso contento».

 

Con Chiara Lubich hai avuto un rapporto stretto.

«Chiara ha seguito puntualmente tutta la mia situazione, il nostro era un rapporto molto semplice, normale. Penso che con il tempo capiremo sempre più la sua grande eredità: quella della santità autentica per tutti, che è Vangelo senza compromessi; Chiara Lubich è la risposta all’attivismo e al “mezzomisurismo”».

 

Sei sempre stato a contatto con molti giovani. A loro cosa diresti?

«Ai giovani direi di andare avanti nonostante tutto, sapendo che Dio conosce profondamente i desideri del loro cuore. Anche quando l’impressione è che il mondo ci crolli addosso, non dobbiamo fermarci: è in quel rumore che fa male che si nasconde la grande occasione della nostra vita. I giovani bisogna lo sappiano, non li possiamo illudere».

 

Ma dove si trova la forza?

«La forza si trova ogni attimo per ogni attimo. Amando il prossimo, il dolore diventa un’opportunità sociale. L’amore aumenta l’intelligenza che ci aiuta a correre sempre, anche nella bufera. Io, ad esempio, ho scoperto che per la mia malattia avevo più tempo per ascoltare gli altri».

 

Quanto hai pregato nella tua vita?

«Tantissimo, la preghiera è fondamentale. È attraverso di essa che puoi ottenere tutto: la fede, l’amore, il coraggio, la fiducia, la speranza, e poi la soluzione delle tue necessità materiali. L’ha promesso Gesù, magari ci fa passare un pochino di prova, ma poi trovi sempre un lato positivo delle cose che ti rende più realizzato».

 

Hai compiuto novant’anni: quanto è presente il pensiero della morte?

«Ci penso molto, ma con grande pace e serenità; come sarà, quando sarà, m’interessa poco perché mi sento in pace con Dio. Se cerco di fare bene ciò che lui mi chiede già nel momento presente, vivendo con fiducia e abbandono, sarò capace di fare lo stesso anche nel momento della grande prova finale».

 

Hai ancora il gusto della vita e dell’ironia…

«Certo che mi piace vivere. Ringrazio ogni giorno Dio per il tempo che mi concede. E in questo l’ironia aiuta a sdrammatizzare, a non prendersi troppo sul serio, ad aumentare l’umiltà, trasformando le nostre azioni in momenti gioiosi che sostengono anche l’opera di Dio. Gesù, in alcune sue parabole, è stato un grande umorista; la stessa Chiara Lubich aveva una grande ironia».

 

È importante la santità?

«Non m’interessa tanto la canonizzazione ufficiale, quanto la santità nascosta, quotidiana, quella che ti fa andare a letto la sera sereno del lavoro compiuto, dell’amore dato e ricevuto. E ti fa alzare la mattina con una grande speranza anche in mezzo alle tribolazioni: in questo modo lo sguardo può rivolgersi veramente lontano, e se lo dico io guarda che ti puoi fidare».

 

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