Lo andiamo ripetendo da giorni e giorni: il problema degli arrivi dalla Tunisia non sono una momentanea esplosione di malessere, ma la punta dell’iceberg di un profondo cambiamento in corso nelle società nordafricane e arabe in genere. Un movimento improvviso e deflagrante, che è solo agli inizi e dagli sviluppi ancora incerti. Molto dipenderà, lo ripetiamo, dall’atteggiamento che l’Europa saprà avere nei suoi confronti. Si era perciò invocata una grande azione di avvicinamento e di sostegno alle nascenti libertà di quelle regioni, con apporti culturali ed economici. Purtroppo la sola risposta vera è stata quella delle armi. Tristissima risposta.
È per questo motivo che in questi giorni stiamo reagendo con
articoli talvolta assai
decisi contro i pannicelli caldi che vengono riproposti. Bisogna guardare alto, avere il senso che la storia la stiamo costruendo. E proprio per ciò pensiamo che non siano da passare sotto silenzio quanto rischia di peggiorare le cose per mancanza di coordinamento, di decisione e di rispetto.
La mancanza di coordinamento è evidente a livello italiano – vedi le dimissioni dell’on. Mantovano da sottosegretario agli Interni per divergenze col suo stesso governo sulla gestione delle
tendopoli per gli immigrati, in particolare quella di Manduria – ma ancor più a livello europeo – vedi la vicenda di Ventimiglia, ma anche di altri valichi con la Francia, che respinge i tunisini arrivati a Lampedusa e sfuggiti alle maglie dei controlli, con lo scopo di recarsi oltralpe, quasi sempre per ricongiungimenti familiari. Ha ragione Maroni quando dice che il problema immigrati riguarda tutta l’Europa; ma che credibilità ha l’Italia oggi in Europa?
La mancanza di decisione è apparsa evidente quando si è trattato di “distribuire” i tunisini arrivati a Lampedusa tra le diverse regioni italiane. Gioco al rimpiattino, parole grosse dei leghisti, confusione tra rifugiati e immigrati clandestini… Purtroppo il federalismo alla prima prova si sgretola; o meglio si rivela nei fatti un federalismo egoistico e non solidale, come più volte invocato da chi conosce bene l’Italia nella sua complessità.
Che fare? Mi piace riportare
quanto detto il 30 marzo da mons. Bregantini alla presentazione romana del libro-intervista fattogli dal nostro Paolo Lòriga, dal titolo:
Il nostro Sud in un Paese (reciprocamente) solidale. Le fondamenta della casa sociale, secondo l’arcivescovo di Campobasso, sarebbero di cinque livelli: il più basso è quello della spiritualità; il secondo quello dell’etica, che verifica la coerenza tra convinzioni e azione; il terzo è quello della cultura, che permette alla spiritualità e all’etica di diventare pertinenti socialmente parlando; il quarto, e solo il quarto, è quello della politica che deve essere tener conto e riassumere in leggi e istituzioni lungimiranti la spiritualità del popolo, i suoi comportamenti etici e le sue convinzioni culturali; infine arriva l’economia, che dovrebbe esprimere l’atteggiamento solidale dell’intera società verso i più deboli con il supporto della politica, che a sua volta deve essere culturalmente fondata, eticamente pertinente e spiritualmente solida.
Probabilmente dobbiamo ricominciare dal primo piano dell’edificio sociale chiamato Italia: la spiritualità, che non è solo dei cristiani o dei credenti. Vivendo questo primo livello spirituale,di interiorizzazione e riflessione – non certo quello che si osserva nei lavori del nostro Parlamento – siamo liberi di poter esprimere un pensiero rispettoso su provvedimenti, atti e dichiarazioni entrando nel merito, non per partito preso e non contro qualcuno. Per il bene comune.