Un’imprenditrice india

“Sono nata ed abito a Lampacito, un villaggio poco distante da Santa Maria di Catamarca, la terra di un’antica cultura i cui discendenti vivono oggi in grande povertà. Sono stata tra le prime a frequentare la “Scuola Aurora”, quando ancora non si chiamava così. In tutta la valle non c’è chi non abbia conosciuto Elvira Moya, Dona Vila, un’anziana maestra. È stata lei ad aver avuto l’idea di dare inizio alla scuola. Ricordo che ancora non c’erano tavoli né sedie nel piccolo locale fatto di barro (di fango) dove ci riuniva per darci le prime lezioni”. La storia di Margarita si intreccia dunque con quella della “Scuola Aurora”, uno dei progetti “storici” dei Focolari, sostenuti e portati avanti nello spirito della fraternità dei popoli. In quella vasta regione delle Preande, dove i centri abitati sono situati a duemila metri di altitudine e oltre, il movimento è presente e si è diffuso sin dai primi anni Sessanta. Attualmente, il progetto Aurora ha trovato il suo spazio nel sistema dell’istruzione pubblica argentina, che lo considera “un modello originale e pionieristico dove – così si è espressa di recente una rappresentante del ministero dell’Istruzione – si realizza un tipo di educazione che, sebbene sia prevista dalla legge, non esiste finora”. Quello della Scuola Aurora di Santa Maria di Catamarca non è un argomento nuovo per i nostri lettori: nel box diamo un resoconto sugli sviluppi più recenti. In tutti questi anni, centinaia di persone delle valli hanno frequentato la scuola per periodi più o meno lunghi. Ragazzi, giovani ed anche adulti che si sono riappropriati della loro cultura, uscendo dall’isolamento. Tra questi, esemplare l’esperienza di Margarita, uscita da quella scuola. “Ho imparato un mestiere, affinando le tecniche nel mio lavoro al telar (il telaio). Ho conosciuto meglio la storia del mio popolo, delle sue tradizioni, e non mi vergogno più di essere chechua. E, ancora più importante, ho appreso a non aver paura del mondo di fuori, degli “altri”, ma a trattarli come fratelli”. Il parroco, vedendola così disponibile ed attenta ai bisogni del suo prossimo, le propose un giorno di fare un giro tra le famiglie del villaggio, per verificarne le necessità più urgenti: c’era la possibilità di un aiuto concreto. “In verità – racconta Margarita -, a mano a mano che andavo avanti nel mio giro non trovai una famiglia che non fosse bisognosa: chi di cure mediche, chi di vestiario, chi di un consiglio. Soprattutto, mancava il lavoro. Avevano bisogno di poco, è vero, ma se quel poco non c’era””. Trovava difficile, insomma, stabilire una lista delle priorità. Bevendo mate, il caratteristico tè argentino, e conversando con le donne, iniziava a farsi strada un’idea, che man mano assumeva contorni sempre più netti. Margarita aveva confidato alle amiche che anche all’Aurora il lavoro della tessitura risentiva della difficile situazione economica. Il prezzo dei filati era salito alle stelle ed era sempre più difficile l’approvvigionamento. “Perché non proviamo a filare la lana noi stesse?”, azzardò qualcuna. Impresa difficile, se non impossibile: da tempo ormai non si fabbricano più i fusi nella valle. I prodotti filati per la tessitura vengono da lontano, dalle filande meccanizzate delle grandi città. Ma le donne insistevano: si era accesa in loro una tenue speranza, ed a quella si aggrappavano. Margarita continua a raccontare questa vicenda, che ha dell’incredibile: “Un giorno, Juana dice: “Iniziamo subito”. “Si, ma come?” – le rispondo -: senza un soldo in tasca?”. Lei insiste: “C’è a casa una macchina per filare. La posso mettere a disposizione”. Un’altra incalza: “Io metto cinque pesos”. Un’altra ancora: “Io ho sei chili di lana”. Non posso più tirarmi indietro. Iniziamo a lavorare in un locale preso in prestito, con una vecchia macchina, presa in prestito pure quella. E il colmo è che una sola di noi sa filare. Ci mettiamo con semplicità ad imparare quel nuovo mestiere”. Col passare dei mesi, si organizzano meglio. Chiedono un prestito per l’acquisto della lana grezza e di cinque macchine per filare. “Cerchiamo di lavorare ogni giorno – dice Margarita – in un clima di fraternità, come abbiamo imparato alla Scuola Aurora. Tutte ci troviamo bene, ci sentiamo importanti. Sai perché? Noi siamo un un’eccezione nel nostro popolo: la donna non lavora fuori casa. Tutto questo è molto forte per me, perché ormai tanti mi trattano e mi considerano una vera impresaria”. E che lo sia, e di razza, lo si vede dai risultati. Per esempio, non è facile trovare i quantitativi di lana idonei alle dimensioni di un’impresa piccola, per di più difficilmente raggiungibile sulle montagne. Attraverso comunicazioni via radio, Margarita riesce a mettersi in contatto con alcuni allevatori locali che, per consegnarle la lana, fanno anche una settimana di viaggio a cavallo. Oltre a dare lavoro alle donne di Lampacito, la piccola impresa di filatura si rivela provvidenziale anche per l’economia della Scuola Aurora, che può avere la materia prima con continuità ed anche ad un prezzo più conveniente. Ultimamente hanno anche trovato un locale più idoneo. “All’inizio – dice ancora Margarita – lavoravamo all’aperto, in due turni. Nei giorni molto freddi ci riparavamo in una stanza molto piccola. Ora lavoriamo in ambienti puliti e confortevoli. Nell’ottobre dell’anno scorso eravamo solo cinque, ora siamo in diciotto “. Questo la spaventa un po’. “Ma troppo forte – dice – è l’esperienza, che tutte viviamo”. Hanno dato un nome alla loro azienda: “Tinku Kamayu”, che nella loro lingua, significa “uniti per lavorare”. Un impegno, che è anche un programma. “PROYECTO”, UNA SFIDA A trent’anni dalle prime “lezioni” di Dona Vila, a che punto è il “Progetto Aurora”? Ne parliamo con Pina Azzolina, che per sei anni ha coordinato una fase importante del suo sviluppo. “Il progetto è andato avanti nel tempo con alterne vicende. Bisogna arrivare agli anni Novanta, per registrare un notevole balzo in avanti. Provvidenzialmente, in quegli anni era arrivato in donazione un terreno, e questo invitava a proseguire. Grazie all’impegno di molte persone, in Argentina e fuori, e con la collaborazione di campi di lavoro formati da giovani ed adulti di diverse città argentine, si iniziò la costruzione di due aule, che si rivelarono molto utili per dare più consistenza alla scuola. È a quel punto che, tramite l’Amu (Azione per un mondo unito), è stato possibile elaborare e presentare al ministero degli Esteri italiano il progetto articolato di un centro d’arte e di artigianato polivalente, che fu approvato nel 1993. Mi è stato proposto di coordinare e seguire i lavori di costruzione, facendo da tramite con i ministeri competenti. Parto nel 1994. Riparto sei anni dopo, a lavori conclusi, ed enormemente arricchita da questa esperienza che mi ha profondamente cambiata. “La scuola è una grande costruzione di mattoni, che si armonizza con gli splendidi gialli, arancio e rossi delle montagne circostanti. Mi hanno scritto recentemente che negli ultimi mesi sono stati numerosi gli sviluppi. Gli stessi contatti avuti con il ministero dell’Educazione nazionale hanno stimolato nuove riflessioni e iniziative: da una revisione delle materie insegnate, che ora sono più consone ai singoli settori, alla riscoperta dell’essenza stessa della scuola, il cui profilo che la qualifica è sempre più quello del riscatto culturale. Artigiani ed insegnanti, insieme, parte della stessa cultura sottovalutata da secoli, sentono la difficoltà – che è contemporaneamente una sfida – di recuperare le proprie radici, trovano nella scuola la possibilità di esprimere pienamente la ricchezza della loro cultura e dei loro valori. Come bene si è espressa Carmen, una giovane artigiana: “Sono venuta qui per trovare lavoro, ma ho trovato il mio posto” “.

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