Un’amicizia personale

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La morte di Chiara Lubich è una grande perdita per me. Sono stato molto amico di Chiara. Appartengo ad un’altra generazione; ho un’altra storia, anche spirituale, rispetto alla sua. Ma ho vissuto un’amicizia spirituale e fraterna profonda con lei. Chiara, pur continuamente impegnata con laboriosità nel movimento, aveva il senso gratuito dell’amicizia. Ricordo tante conversazioni, incontri, pranzi, discussioni, premure personali. Al di là dell’aspetto personale, sono convinto che la mancanza di Chiara si sentirà nella Chiesa. Lei è stata una laica, una donna, una persona partita dal poco, divenuta una sapiente di cuore e un’anziana. Ha mostrato quello che un laico può essere nella Chiesa. Si è consumata per un sogno. Un grande sogno: l’unità tra gli uomini, l’unità tra i popoli, l’unità con Dio. Tutto partiva dal Vangelo, ideale semplice, semplicissimo, ma grandioso: creatore di unità. Erano i tempi di guerra. Tutto crollava di fronte a noi… – sono parole di Chiara – che ricorda la nascita del suo sogno. Tutto era a pezzi e Chiara scoprì l’ideale dell’unità: lo trovò in Gesù e nelle parole del Vangelo. Nel Vangelo trovavamo tutto, ha ricordato. Era una ragazza all’inizio di una strada: Più si vive il Vangelo, più si comprende. Per questo bisognava camminare. E Chiara è andata lontano su questa strada. È la storia dei suoi viaggi, della diffusione del movimento, dell’incontro profondo con tanta gente diversa. Una lezione di Chiara è che vivere il Vangelo è lavorare. Chiara ha lavorato tantissimo nella sua vita, fino all’estremo delle sue forze. Di questo sono testimone. La sua è stata una strada di tanti dolori (su cui Chiara non ha mai amato insistere), di molte gioie, di tanta fatica, ma soprattutto di molto amore. Se si ripensa al cammino della ragazza di Trento, non si può fare a meno di notare con quanta convinzione e con quanta umiltà abbia accettato il dono, il carisma di una strada. Così è nato il Movimento dei focolari. Non è il caso qui di parlare della sua multiforme e bella attività. Ma di chinarsi sul seme: quello gettato da Chiara Lubich, quello che Chiara Lubich stessa è stato. Oggi Chiara si è spenta. Il suo corpo, logorato dalla malattia e dalla fatica di una vita dura, viene sepolto nella terra. Ma Chiara vive nel suo movimento e nella rete di amicizie e di unità che ha intessuto nella sua vita. La ragazza di Trento era divenuta un’anziana saggia e ancora piena di vitalità, che ha continuato a sognare (si pensi agli eventi di Stoccarda), nonostante potesse riposarsi sui suoi successi. Non l’abbiamo dimenticata durante i suoi ultimi anni di malattia. L’ho incontrata varie volte e l’ho trovata attenta, pur nella fatica, non concentrata su di sé. Ora, la sua morte ripropone il suo sogno di unità, mentre ci raccoglie attorno a lei. È un nuovo momento di unità, che ci fa riflettere su come non far cadere il sogno che non era solo per il suo movimento, ma per tanti. Chiara, come Giovanni Paolo II, aveva vissuto la Seconda guerra mondiale come qualcosa di drammatico che chiedeva una grande risposta d’amore e di unità. Non bastavano più le piccole cose, anche buone, di sempre. Chiara scrive:All’inizio, portate soprattutto dalle circostanze dolorose della guerra, indirizzammo il nostro amore ai poveri, sicure di ravvisare sotto quei volti macilenti, ributtanti a volte, il volto del Signore. E fu una scuola. Ci voleva un nuovo sogno. E fu il carisma dell’unità. Nel buio, nel dramma della crisi, nella perdita di ogni riferimento, impallidivano i sogni. Ne nasceva uno nuovo: l’unità in un mondo lacerato. Il sorgere di un carisma è una storia particolare. Emerge il bisogno del nuovo in modo radicale, tanto che si potrebbe pensare che si nutra di disprezzo per la Chiesa, le sue istituzioni, per ciò che già esiste. Si può essere percepiti alternativi da talune strutture ecclesiastiche. Chiara ha amato la Chiesa di sempre, della tradizione e del presente, ma ha sentito di dover costruire una nuova via. Non è stato facile spiegarlo; ma con convinta umiltà la giovane trentina è andata avanti, seguita da tante compagne e compagni. Chiara, ragazza, fragile, di fronte alle contraddizioni, ha mostrato sempre la ferma e umile convinzione del proprio carisma. Ha compiuto un servizio alla Chiesa intera. Ha rinnovato il mondo dei religiosi con un lavoro intenso da decenni.Ha ridato senso e freschezza a tanti preti che aderiscono alla spiritualità del movimento. Ha rappresentato il volto della ricerca dell’unità con tanti cristiani di altre Chiese. Ha insegnato a tante nuove comunità il valore del carisma. Ha vissuto quello che Paolo VI affermava: La Chiesa si fa dialogo. I primi amici del movimento, se così posso dire, sono stati i poveri. Gesù del focolare è Gesù povero, Gesù abbandonato: Se, quando sarò anziana cadente – ha detto -, verranno giovani a chiedermi di definire loro, stringatamente, il nostro ideale, con un filo di voce, risponderò: è Gesù abbandonato. La forza del Vangelo non diventa mai onnipotenza umana, perché deve fare i conti con il limite, la croce. È l’esperienza vissuta da Chiara nella povertà della malattia e del limite, degli anni che pesano. L’ho incontrata l’ultima volta al Policlinico Gemelli. Mi fissava con occhi affettuosi e con un filo di voce continuava a tessere un’amicizia ormai antica. Ci siamo lasciati con un appuntamento a pranzo. Chiara lasciava sempre un appuntamento.

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