Un’altra Chiara nel mondo

La morte di Chiara Lubich diventa una chiamata alla responsabilità del dono ricevuto, nella luce di una frase: "Chi parla di me mi ha sulle labbra, chi mi pensa mi ha nella mente, chi mi ama mi ha nel cuore, chi mi perde è un'altra me stess".
Salvo D'Orto
Ho ancora negli occhi, e nel cuore, l’immagine della bara, nella quale riposava il corpo di Chiara, mentre veniva accompagnata fuori dalla basilica di san Paolo in mezzo a due ali di folla. Il mio punto di vista era centrale, con le spalle all’altare e vedevo ondeggiare la bara, portata a spalle, nel controluce del portone centrale spalancato.
 

Ricordo di aver pensato che mi trovavo di fronte al simbolo di una realtà più vera di ciò che stavo vedendo: la luce, là in fondo, nella quale stava per immergersi Chiara, e il popolo, il suo popolo, ancora di qua nella penombra dell’esperienza che lei ci aveva insegnato in più di cinquant’anni di Ideale.

 

Era una consegna quella, forse meglio dire, una riconsegna a Dio di un dono che Egli aveva voluto fare all’umanità, presente in quel funerale nei tantissimi gonfaloni civili, nelle autorità politiche, nei rappresentanti religiosi. Ma anche un passaggio di consegne che Chiara faceva a ciascuno di noi, per continuare quanto da lei iniziato.

 

Genfest 1980

 

Avevo cominciato a conoscere il suo modo di vivere il Vangelo all’età di sedici anni, quando i Missionari Oblati di Maria Immacolata mi proposero di meditare e mettere in pratica un suo libretto: La carità come ideale. Per tutto un anno.

 

Amare per primo, amare sempre, amare tutti, facendosi uno, iniziarono ad essere per me modi concreti per relazionarmi con le persone e mi accorgo oggi, a distanza di trent’anni, che lì vennero poste le fondamenta della mia fede. La Parola di vita mensile costruiva lentamente il resto dell’edificio, insegnandomi il modo di pensare di Gesù, guidandomi nelle scelte e nel leggere le situazioni che la vita mi proponeva.

 

Incontrai Chiara per la prima volta nel 1980, al Genfest di Roma, con altri trentamila giovani: fu l’esperienza indimenticabile della presenza di Gesù, promessa a chi è unito nel suo nome. La vidi da lontano, Chiara, da molto lontano, ma quella distanza non mi sembrava reale, non ci sforzavamo forse di vivere le stesse cose? Così quando il Papa Giovanni Paolo II le prese il volto tra le sue mani e le diede un bacio sul capo, fu come se quel gesto esprimesse l’affetto di un pontefice per ciascuno di noi.

 

Due anni dopo avevo già lasciato la mia famiglia, perché desideravo capire cosa Dio volesse da me. Il rapporto con lui infatti si era intensificato e Chiara mi aveva insegnato che fare la volontà di Dio sarebbe stata la cosa più bella che nella mia vita avessi potuto fare.

 

Quell’anno scrissi a Chiara per la prima volta, raccontandole le mie scoperte, stranamente non mi giunse risposta: a me sembrò il segno che avrei dovuto intensificare la mia vita di fede. Un giorno, per aiutare in un trasloco, incontrai Vale, una delle prime compagne di Chiara, e le chiesi come facesse Chiara a seguire tutte le persone del Movimento.

 

Mi rispose che lei non seguiva le persone, ma seguiva Gesù, e Gesù in quel particolare momento che era il suo abbandono. Fu una rivelazione per me: anch’io dovevo fare di Gesù Abbandonato il perno attorno al quale far girare ogni cosa.

 

Qualche mese dopo, in mezzo a tremila, tra sacerdoti e religiosi appartenenti all’Opera, mi fu chiaro che Dio mi chiamava ad essere oblato di Maria Immacolata: la missione, la comunità, portare il Vangelo nel mondo così come aveva fatto Eugenio De Mazenod, mi apparve la forma di vita in cui Dio mi voleva.

 

Chiara aveva parlato ed era stata presente alla celebrazione che il Papa concelebrò con migliaia di sacerdoti: mi sentivo partecipe di quell’avventura come non mai, io che in quei giorni con altri gen-re avevamo preparato quell’evento con le prove dei canti, dei mimi e con tanti altri servizi.

 

“Un’altra me stessa”

 

Chiara, come persona, stava diventando un punto di riferimento importante per me, tanto da intravedere il pericolo di una sovrapposizione tra lei e la vita del Vangelo che cresceva in me. Un giorno però, leggendo quanto era scritto dietro una foto di Chiara regalatemi, cominciai a capire il giusto rapporto con lei.

 

La persona che mi diede quella foto, da me richiesta, forse intuendo che poteva emergere il culto della persona di Chiara, scrisse quanto lei stessa aveva una volta scritto: “Chi parla di me mi ha sulle labbra, chi mi pensa mi ha nella mente, chi mi ama mi ha nel cuore, chi mi perde è un’altra me stessa”. Ecco cosa voleva Chiara da noi, che avessimo un rapporto immediato con Dio, come lei che non aveva un’altra Chiara, ma solo Gesù, Maria.

 

Capii che con Chiara serviva solo tenere Gesù in mezzo, come con chiunque altro. Più tardi compresi che avere Gesù in mezzo con Chiara significava per me costruire il mio pezzetto di mondo unito, nella mia comunità, nella mia Congregazione, con altri religiosi, con chiunque Dio mi avesse messo accanto.

 

Chiara era con me in tutto questo, al mio fianco e mi capiva in profondità, quasi una maestra spirituale che mi raggiungeva per interposta persona. E qualche volta anche direttamente. Come quando mi consegnò una Parola di Vita a cui tendere in modo particolare. L’avevo chiesta con una lettera. Attendendo una sua risposta, avevo pensato per me ad una frase di san Paolo nella lettera ai Filippesi che mi aveva particolarmente colpito: “per me vivere è Cristo e morire un guadagno” (Fil 1, 21).

 

Fu enorme la sorpresa quando lessi la risposta di Chiara, nella quale mi indicava proprio quella frase. Ho controllato più volte la mia lettera di richiesta, per vedere se potevano esserci dei riferimenti, niente: Chiara mi aveva guardato dentro.

 

Con i Gen-Re

 

Nel 1986 con altri gen-re fummo chiamati a dar vita ad una segreteria che facesse da punto di comunione tra i tanti giovani religiosi che avevano conosciuto l’Ideale dell’unità. Fu molto bello, e impegnativo, sentirsi posti in prima fila da Chiara stessa nella costruzione dell’ut omnes tra i religiosi in formazione nel mondo.

 

Ricordo la fiducia che Chiara ci dava, con quanta attenzione ascoltava le nostre considerazioni o le nostre domande. Sentivamo vere, per prime in Chiara, le parole del Vangelo che aveva voluto consegnare a quel Centro da lei chiamato Unità: “Gesù fissatolo lo amò” (Mc 10, 21). Chiara era lo sguardo di Gesù su di noi, e noi dovevamo trasmettere lo stesso sguardo, incontrando gli altri giovani religiosi.

 

Dal 1993 al 1995 mi fu chiesto di svolgere il ruolo di assistente mondiale dei gen-re. Per qualche tempo, in seno al Centro dell’Opera, quando qualcuno mi incontrava ripeteva una frase che Chiara aveva scritto in un fax recapitato dalla Svizzera, da dove seguiva da qualche anno l’Opera nel mondo: “Basta Salvo solo”.

 

Con quella frase voleva dire che non era necessaria la presenza di altri religiosi più grandi ed esperti di me nel condurre un incontro internazionale di gen-re. Fu un’altra testimonianza, ed un’altra lezione, su cosa significasse dare fiducia.

 

L’ultimo dono

 

L’ultimo dono che Chiara mi ha fatto, poco tempo prima di morire, fu la risposta ad una mia lettera, dove le dicevo che mi era stato chiesto di svolgere il compito di vicario provinciale della Provincia d’Italia della mia Congregazione. Le raccontavo che volevo vivere anche questa esperienza come lei ci aveva insegnato, amando sempre, e sforzandomi di “costruire” la presenza di Gesù tra gli Oblati. Chiara mi indicò una litania a cui ispirarmi: “Madre dell’Unità”. Ho visto nel corso di questo anno quanto quella luce mi abbia aiutato nel vivere al meglio il mio compito.

 

Guardando a quanto ho vissuto con Chiara in questi trent’anni, non posso non dire che lei per me è stata madre della fede che mi è stata data. Oggi, ad un anno dalla sua presenza in cielo, forse lo è ancora di più. È una maternità, quella di oggi, che ci fa altri lei nel generare la presenza del Risorto, abbracciando Gesù Abbandonato. Ci fa più che mai lei, perché, adesso, non abbiamo qui in terra una Chiara cui appoggiarci.

 

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