Una vita bella

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Una vita che corre veloce senza più soste. Che mette il pilota automatico, e accelera solo nel finale. Una storia normale, non troppo diversa da quella dei suoi coetanei, si direbbe. Senza testacoda, senza incidenti di percorso. Anche la sua morte, dovuta a un banale, quanto tragico incidente domestico – un asciugacapelli difettoso, durante un campeggio al mare con i giovani della sua parrocchia – è una delle tante disgrazie, purtroppo così frequenti, che i giornali nemmeno se ne occupano. Negli anni della contestazione, morire così giovane, per un accidente, sembrava la parola fine ad un film senza particolari guizzi. E invece…. Viceversa per Gianni Bianco, autore del bel libro appena uscito alle stampe sulla vita di Maria Orsola Bussone, si è trattato di un’impresa tutt’altro che scontata. Si è recato a Vallo Torinese, l’angolo di mondo dove questa ragazza ha vissuto la sua breve stagione. Ha incontrato i suoi genitori, suo fratello Giorgio, le amiche e compagne di allora, don Vincenzo Chiarle e la comunità parrocchiale in cui è cresciuta. Ha preso visione delle diverse testimonianze che la riguardano, tradotte in varie lingue. Si è recato nel luogo dove lei riposa dal 2 ottobre 2004, data in cui avrebbe compiuto cinquant’anni. Conclusa infatti la fase diocesana del processo di canonizzazione, Maria Orsola è stata collocata nella chiesa parrocchiale di San Secondo Martire, la sua chiesa. Accanto alla sua tomba si trova un quaderno che raccoglie il grazie di tante persone, giovani specialmente, che sentono particolarmente vicina questa ragazza dal volto sbarazzino e dal sorriso franco, morta nel 1970 a 16 anni nemmeno compiuti, che tante sue foto ritraggono con la chitarra in mano. Ciò che sorprende maggiormente il visitatore, è che, col trascorrere del tempo, il suo ricordo si è tutt’altro che affievolito. Sono un giornalista, appunto – prosegue Gianni Bianco -, e mi intrigava l’impresa di raccontare la vicenda di una ragazza la cui biografia appariva apparentemente priva di spunti. Sembra infatti non accadere nulla nella sua vita, quando invece sta succedendo di tutto: tanto ordinaria è la sequenza degli eventi nella sua breve esistenza, quanto invece è straordinaria la sua ricerca interiore. Mi è sembrata subito un’adolescente tremendamente attuale, che ha molto da dire ai ragazzi di oggi e che in alcuni aspetti ha anticipato le grandi idealità della generazione d’oggi, quella dell’impegno ecologista e del servizio civile volontario. Inoltre mi piaceva poter seguire da vicino la storia di questa ragazza semplice, che dalla prospettiva di Torino, dove il ’68 italiano nacque, osservava un mondo in rapido quanto burrascoso cambiamento. Ancora, mi attirava l’idea di poter indagare la ragazza schietta, vivace, piena di passioni, che dette sostanza e spessore a una spiritualità così forte, come quella di Mariolina. Soprattutto mi spingeva la possibilità di poterla raccontare, con un linguaggio fresco e – spero – coinvolgente, ai suoi coetanei d’oggi, ai teenager, accusati troppo spesso di aver perso ogni valore, e che adesso guardano a lei come ad un modello. È stato quando il giornalista ha preso contatto con i suoi scritti – il suo diario in particolare – che ha percepito di trovarsi davanti un’anima di rara profondità. Pensieri e parole che s’impennano e vanno in picchiata, come per ogni adolescente. Prima gioia intensa, e poi profonda delusione, su e giù, in cima e sottoterra, in un continuo saliscendi. Un ascensore di sentimenti che però avevano un baricentro: una sensibilità spiccata per il soprannaturale, una familiarità sorprendente con le cose del cielo. Ed è così che ha scritto quasi di getto un libro di 200 pagine: Evviva la vita! Maria Orsola. La corsa verso il Cielo di una ragazza del ’68 (San Paolo). Il titolo riporta le stesse parole con cui Mariolina – come continuano a chiamarla amici e parenti – ha iniziato il suo diario. Un inno alla gioia e alla vita, scritto in un semplice quaderno a quadretti. Una pagina vergata con una scrittura che rivela i tratti acerbi di chi non è più una bambina, e non è ancora una donna. W la vita: uno slogan che appare anche un programma di vita. Una vita piena, raccontata da una ragazza scoppiettante di felicità e di energia. Un elenco di imperativi categorici per rendere questa vita bella. Tra cui, non ultimo: Voglio farmi bella per Dio. Solo il giorno dopo, il barometro del suo cielo interiore segna tempo piuttosto nuvoloso con qualche piovasco. La ragazza non riesce a decifrare bene quel guazzabuglio di sentimenti che si rincorrono nel suo animo senza tregua. Poi, finalmente: Lo so. Sono triste perché non amo. Ma amare mi costa. Devo studiare, devo amarmi così come sono, devo non pensare a Sandro, devo lasciar perdere l’idea di avere qualcuno che mi capisca. Dove è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore. Oggi il mio tesoro era Sandro, non Dio. Sono i 14 anni di Maria Orsola: per la prima volta il suo cuore inizia a battere all’impazzata di fronte a un ragazzo. Ma avverte che occorre saper aspettare. Appunterà nel diario: Sandro, sapessi come è bello vivere per Dio, son sicura che anche tu ti impegneresti a vivere per Dio, anche se si cade e se si hanno delle crisi. Sandro, non so se ho ancora un po’ la cotta per te. Comunque so che (anche se fino ad ora non l’ho fatto) d’ora in poi ti vorrò bene, ma di un bene non di sentimento, ma un bene vero, pronta a dare la vita per te se fosse il caso. Maria Orsola iniziò a scrivere il suo diario il 21 ottobre del ’68, nel giorno del suo onomastico. Un anno importante nella vicenda di questa ragazza senza apparenti episodi degni di nota. Frequenta il primo anno delle Superiori e, dopo aver insistito, i genitori le danno il permesso di assentarsi da scuola per qualche giorno per partecipare a Rocca di Papa al primo congresso europeo dei gen, i giovani dei Focolari. È l’aprile 1968, e con tutto ciò che sta succedendo intorno, quel primo incontro giovanile ha un carattere vagamente rivoluzionario. Le notizie di un mondo per la prima volta globalizzato si accavallavano. Tra le tante, la rivolta della Cecoslovacchia e la dura repressione da parte delle armate russe produce una grande emozione nella giovane Maria Orsola. In un tema descrive con toni accesi l’anelito per la libertà di quel popolo. La professoressa, pur dandole un bel voto, critica un po’ l’atteggiamento della ragazza, che la libertà la ri- cerca non nel Manifesto di Marx o nel Libretto rosso di Mao, ma tra le pagine del vangelo. In quel congresso Maria Orsola incontra Chiara Lubich, tra le persone che più lei ama e stima. Chiara presenta a quei giovani del ’68 un altro modello di rivoluzionario: quello di un uomo giusto che si è immolato per la libertà degli altri. Anche lui aveva un programma: Che tutti siano uno. Ma la chiave, dice è la croce, Gesù abbandonato. Vi invito a dire a Gesù: ti scelgo abbandonato per tutta la vita, qualsiasi cosa succeda, in qualsiasi vocazione mi chiamerai. Io spero che tutte abbiate questo coraggio. Una cosa è certa: per questa strada si va verso il dolore, sì, ma il paradiso che si trova è impagabile. Maria Orsola aderisce con tutta sé stessa a un simile modello di rivoluzionario. In una lettera comunica alla fondatrice le scoperte fatte in quei giorni così intensi. Sai, Chiara, voglio amare, amare, amare, sempre, per prima, senza aspettarmi nulla, voglio lasciarmi adoprare da Dio come vuole lui e voglio fare tutta la mia parte perché quella è l’unica cosa che vale nella vita perché veramente tutti i giovani conoscano quale è la vera felicità e amino Dio. La rotta è tracciata. Il pilota automatico è innestato.

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