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In profondità > Dialoghi

Una vita accanto ai poveri

di Roberto Catalano

- Fonte: Città Nuova

suor Nirmala

Era semplicemente suor Nirmala, un nome molto comune in India e nel subcontinente indiano, che significa senza macchia, Immacolata. Piccola, ma, forse, qualche centimetro più alta di Madre Teresa, era stata chiamata a succedere alla 'Madre' come la santa albanese-macedone e indiana era comunemente chiamata a Calcutta, oggi ritornata ad essere Kolkata.

Di origini nepalesi era nata, indù, a Ranchi e, dopo gli studi a Patna – entrambe città del Nord India – aveva deciso di diventare cristiana. A 17 anni entrò fra le Missionarie della Carità. Suor Nirmala Joshi, dopo aver trascorso alcuni anni in Panama, dove la fondatrice l’aveva mandata ad aprire una missione in terra straniera, ha avuto il merito di dar vita, insieme alla Madre, al ramo contemplativo della congregazione. Dal 1976, anno in cui inizia la parte di clausura delle Missionarie della Carità aveva vissuto una vita nascosta e, di tanto in tanto, era apparsa accanto alla fondatrice che accompagnava in alcuni viaggi. Fra questi anche in Italia, a Roma.

 

Suor Nirmala non era praticamente conosciuta quando la sera del 13 marzo 1997 si sparse la notizia che era stata scelta come colei che avrebbe continuato quell’opera carismatica della piccola sorella dei moribondi della capitale del Bengala, prima, e del mondo intero poi. Da tempo si era svolto il Capitolo Generale della Congregazione e tutti i riflettori erano puntati sulla preannunciata elezione di colei che avrebbe preso il posto di Madre Teresa. Il Capitolo si concluse e nulla trapelò di chi potesse essere la prescelta. Passarono varie settimane e tutte le consorelle che avevano partecipato alla riunione generale della Congregazione erano partite dalla casa di Dum Dum davanti all’aeroporto di Kolkata dove si erano tenuti gli incontri e gli esercizi spirituali. Poi, a sorpresa, la sera del 3 marzo Mons. Henry D’souza, allora arcivescovo di Calcutta, uscendo dalla Casa Madre al centro della metropoli, annunciò l’elezione di Suor Nirmala.

 

Per una coincidenza mi trovavo nella parrocchia di St. Mary’s nel cuore di Kolkata a pochi isolati dalla Casa Madre delle Missionarie della Carità. Un giovane sacerdote mi chiese di accompagnarlo e per la prima volta entrai in quel luogo di una semplicità sconcertante e con un’atmosfera sacra. Suor Nirmala era nel cortiletto sulla destra dell’entrata, circondata da varie persone, poveri, volontari stranieri, indiani di diverse provenienze. Appena vide il giovane sacerdote, lei già ultrasessantenne e appena diventata una delle donne più famose al mondo, si inginocchiò e disse: «Padre, mi benedica». Si alzò e baciò le mani al giovane prete.

Rimasi sconcertato da tanta semplicità ed umiltà. Poi rivolgendosi a me, sapendo del mio legame con Chiara Lubich, mi chiese di salutarla a nome anche della Madre. Prima di partire mi consigliò di tornare per la messa delle sei, la mattina dopo. Lo feci e, uscendo dalla cappella, incrociai Madre Teresa, qualche istante di profonda comunione spirituale, mentre mi teneva forte la mano e mi chiedeva notizie della sua amica Chiara Lubich che avrebbe rivisto, per l’ultima volta, dopo qualche mese a New York.

 

Suor Nirmala è stata a capo della congregazione più famosa dell’ultimo mezzo secolo per quasi vent’anni, fino al 2009, senza mai far parlare di sé, ma cercando di far sì che il carisma della fondatrice continuasse nel mondo come quando la piccola suora macedone e albanese era viva. A chi le chiedeva quale fosse il suo ruolo, la superiora rispondeva che si definiva semplicemente come Madre Teresa chiamava se stessa: una «Missionaria della Carità».

Così è rimasta in questi anni, fuori dalla portata dei riflettori. Come una semplicissima missionaria della Carità, fino alla morte: una testimonianza vera dello spirito di Madre Teresa.

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