Una visita

Ricordi, mamma, quand’ero bambino? Avevo sempre le ginocchia sbucciate e giocavo nel portico inseguendo le mille farfalle che erano i miei piccoli sogni. Ricordi l’altalena? Non arrivavo ancora a toccare con i piedi la terra ma già volavo con gli occhi oltre l’orto, più in basso, e poi là, su in alto verso le nuvole, quante volte le ho scalate con la fantasia! Dondolandomi in quel lieve ed eterno riposo del tempo, guardavo col dito il gelso e le sue foglie ancora troppo lontane per me e tu mi imboccavi, la sera. E quando giocavo a nascondermi? Ricordi come ti chiamavo ridendo da dietro la tenda e ti dicevo: Non ci sono più!? In quella mia vita leggera come un esile filo di seta, in quel disegnare passi incerti nella rena stava tutto il mio piccolo mondo. Ricordi una sera d’estate quando ci fu quella visita? L’ho custodita a lungo nel cuore non avendo allora le parole, ma oggi l’ho ripresa e indossata come un delicato monile, perché non muoia per sempre con me. Bussò alla porta una donna sconosciuta e fragile, portando con sé il caldo sapore dell’est. Il petto stanco e arso da lunghi giorni di solitudine teneva un bambino, nudo, afflitto nel suo silenzio come un angelo malinconico del suo paradiso. L’angelo chiese qualcosa a stento con gli occhi e a questi l’eco della madre. Io mi nascosi intimorito e affascinato ad un tratto, pensando che quell’ombra di donna fosse una delle tante fate a volte immaginate dalle favole, che si nascondono tra gli sterili gesti del mondo e bussano alle porte della gente per vedere se esiste ancora buon cuore quaggiù. Io ti vidi salire allora in camera mia. Incuriosito ti venni dietro con quella leggerezza che avevo imparato nei miei giochi e ti vidi entrare. Prendesti da sotto il mio letto una grande valigia verde, di quelle che nascondono tesori, e togliesti quel po’ di polvere che c’era. Con dolcezza l’apristi e io ti vidi prendere una scarpina e poi l’altra, un vestitino bianco, una cuffietta. Vidi anche la cura con cui prendevi, spiegavi e ripiegavi, come per non rompere quel magico sonno in cui quegli oggetti erano immersi da tempo, come se avessero avuto vita. Non li ricordavo come miei, non li conoscevo, ma capii che erano stati una parte di me. Poi vidi luccicare una lacrima. Quando quel bimbo dell’est, non più nudo, ti salutò col suo silenzio di prima, mi sembrò di fuggire via da te. Chissà se quel tesoro ha più avuto uno scrigno prezioso come quella vecchia valigia verde, o se sarà stato gettato via una volta sporco, se sarà stato ancora lavato dall’amore o per sempre perduto dall’indifferenza. A me è rimasta la dolcezza di quelle carezze, mai mutata anche quando cominciai a non avere più le ginocchia sbucciate e a non andare più sull’altalena. Mamma, ora che ho le parole capisco che amavi, e mi insegnavi ad amare, morendo ad ogni gesto un poco.

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