Una Svizzera modello di fraternità

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Si parla spesso – e a ragione – della Svizzera come di un modello di democrazia. È vero: i suoi cittadini sono coinvolti assai nella vita politica del comune, del cantone della stato federale, ma si può anche notare, un po’ dappertutto, come partiti e l’azione politica siano spesso inquinati da campanilismo, lotte potere e invettive, a detrimento degli interessi dei cittadini stessi. È per questi motivi che l’idea sette sindaci della Svizzera francese ed italiana di invitare dei politici da ogni parte del paese a riflettere sull’agire politico alla luce della vita cristiana, e in particolare della categoria politica della fraternità, aveva dunque più che mai ragion d’essere. Un incontro che ha una sua storia: i sette sindaci avevano in effetti preso parte nel novembre 2001 al congresso “1000 città per l’Europa” che era tenuto a Innsbruck, in Austria, organizzato assieme al sindaco locale dal Movimento politico per l’unità, espressione politica dei Focolari. In quella occasione, Chiara Lubich aveva rivolto all’uditorio parole che avevano colpito profondamente i partecipanti, tra cui gli amministratori svizzeri. Da quell’appuntamento era nata l’idea di invitare la fondatrice dei Focolari al primo congresso elvetico di questo genere, che ha avuto luogo sabato 22 marzo 2003 a Martigny, nel cuore delle Alpi vallesane. L’incontro ha riscosso immediatamente un grande interesse: 250 politici – fra sindaci, consiglieri comunali e membri dei consigli esecutivi e legislativi cantonali e federali, di ogni schieramento politico, funzionari dell’amministrazione federale e studenti in scienze politiche – si sono perciò ritrovati a Martigny. E Chiara Lubich non è mancata all’appuntamento. Il suo messaggio programmatico per l’attuazione una politica rinnovata nelle sue radici ha toccato i presenti: “Ci si può realizzare come cristiani – ha detto non solo “mediante” la politica, ma “attraverso” di essa”, perché “la politica è l’amore degli amori”. Propositi certamente provocatori, quando si assiste al dibattito politico quotidiano, come ha notato un sindacalista presente: “Quanto tempo si perde a coltivare delle inutili discussioni! Per arrivare all’essenziale, e per avere un successo durevole bisogna scoprire il prossimo, avvicinarsi a lui. La comprensione dell’uomo non è soltanto la via che porta alla pace, ma anche al successo in politica”. Affermazioni forti, quelle della Lubich, suffragate da numerose espe- rienze concrete di una azione politica impregnata da un amore che arriva – senza sopprimere le posizioni di parte – a superare le divisioni, per trovare soluzioni innovatrici a beneficio dei più poveri, a sradicare efficacemente la corruzione, a porre l’uomo al centro di ogni preoccupazione. Saper ascoltare le opinioni contrarie, non restare passivi di fronte ai conflitti, ma ricercare delle soluzioni costruttive, amare la patria altrui come la propria, restare fedeli nella prova della solitudine di responsabili politici, è “il prezzo da pagare per la fraternità, quella che occorre avere come vera categoria politica”. Chiara Lubich ha delineato così in modo incisivo le caratteristiche del “politico dell’unità”. Mentre la guerra conta ogni giorno i suoi morti ed espone la scia delle distruzioni, la Lubich non esita: “L’idea della fraternità si fa strada nella storia. E tutti vi sono chiamati, anche coloro che lavorano in politica”. La corrente che promuove questa idea è il Movimento politico per l’unità. Nel mondo intero, un numero sempre maggiore di donne e uomini politici si impegnano ad amare il partito altrui come il proprio, a valorizzare ciò che unisce piuttosto che polemizzare su ciò che divide. Lucia Crepaz Fronza, presidente del Movimento politico per l’unità, ha presentato questa corrente che, come si sa, non vuole sostituire i partiti, ma si fa portatrice di una nuova cultura, di un nuovo stile politico. Una corrente che, a sei anni dal suo inizio, è già presente in numerosi paesi del mondo. Le testimonianze ascoltate durante il congresso sono state edificanti: dal sindaco italiano alle prese con la mafia che arriva a ristabilire un clima di fiducia fra i cittadini, gli imprenditori e la classe politica, ai primi passi di una giovane consigliera comunale ticinese, fino alla creazione di una commissione etica in un parlamento cantonale. Una tale visione politica ha coinvolto i presenti. “Per me è stata un’occasione per rimettermi in questione e considerare nell’altro ciò che ha e non ciò che si vorrebbe che avesse”: parole di un senatore. E un parlamentare federale: “Da parte mia farò conoscere ad altri colleghi questo fondamentale messaggio, ed insieme dovremo lavorare affinché questa unità, questa fraternità, questo amore, dilaghino anche in Svizzera”. “Si tratta di una politica che non vuole inscenare uno spettacolo politico, ma che cerca delle soluzioni”: così il consigliere al Parlamento federale, Anton Cottier. Tirando le fila dell’appuntamento di Martigny, si può dire che il cammino proposto dalla Lubich abbia già cominciato a coinvolgere degli amministratori, come confermava il sindaco di un comune vallesano: “Nel mio lavoro di politico, cerco ormai di applicare questi princìpi di ascolto e di consenso con tutti gli altri membri di differenti partiti”. E Jean-René Fournier, consigliere del Consiglio di stato del Canton vallese: “Il sentire che ogni agire politico debba essere ancorato ed avere la sua origine come pure il suo motore nel desiderio di servire – soprattutto nell’amore al prossimo – ha per me un significato molto forte”. Va anche notato come, in un paese euroscettico come la Svizzera, si siano notati dei cambiamenti di tono, con una più forte attenzione alla realtà europea e internazionale, come ha sottolineato tra gli altri Cornelio Sommaruga, ex-presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa. La stessa Chiara Lubich, in conclusione, ha detto la sua speranza che “questa mia seconda patria diventi un modello di fraternità per tutto l’Europa avendone la possibilità, perché è piccola, è composta di tanti cantoni e di quattro regioni linguistiche “. Naturalmente, non va dimenticato che in un incontro di politici, non si poteva non avere lo sguardo rivolto all’Iraq, dove la guerra era scoppiata appena due giorni prima. Anche nella neutralissima Svizzera. E il richiamo alla “fratellanza come atteggiamento politico” non poteva risultare di maggiore attualità, nella convinzione che, se vissuta in prima persona, porterebbe di per sé una pace più grande della stessa neutralità e della stessa solidarietà. Così, per sottolineare la vicinanza con tutti coloro che soffrono a causa della guerra, si è osservato un minuto di silenzio all’inizio dei lavori, e alla fine gli organizzatori della manifestazione hanno voluto inviare un messaggio di amicizia ai cristiani di Baghdad e di altre città dell’Iraq che si stanno impegnando senza tregua perché la fratellanza trionfi malgrado la drammatica situazione che li coinvolge.

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