Una spiritualità di comunione

Aconclusione del Giubileo del 2000, papa Giovanni Paolo II scrisse che sentiva più che mai il dovere di additare il Concilio Vaticano II come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX (1). Non vi è dubbio che i testi dei suoi documenti ci offrono oggi ancora una sicura bussola per orientarci nel cammino che abbiamo da percorrere come cristiani all’inizio del nuovo millennio. In un precedente articolo (Città nuova n° 20/2007) abbiamo visto come è piaciuto alla Chiesa conciliare definirsi, in Cristo, come il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano (2). Sotto l’impulso dei movimenti biblici e liturgici la Chiesa è tornata alle fonti vive della sua fede: la Parola di Dio e l’Eucaristia. Si è riscoperta profezia di un mondo unito, mistero di comunione nell’amore, mistero che riflette in certo qual modo l’eterna comunione che è Dio stesso (vedi box: Coscienza comunitaria). La Chiesa si è così presentata come un un popolo che deriva la sua unità dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (3). Nel periodo post-conciliare questo modo nuovo di essere Chiesa ha cambiato il volto di molte comunità cristiane. Una brezza fresca è emanata dal Concilio ed esse hanno trovato al suo soffio una nuova gioventù. La riforma liturgica ne è stata la manifestazione più immediata e visibile, ma non furono meno importanti altre innovazioni, come la creazione a tutti i livelli della compagine ecclesiale di organismi di partecipazione: i sinodi, i consigli presbiterali, pastorali… Uno spirito di comunione Non basta tuttavia moltiplicare gli incontri e modificare le forme delle celebrazioni eucaristiche per trasformare ipso facto la Chiesa in una famiglia degna di questo nome. Senza un vero spirito di comunione, questi mezzi esterni servirebbero a ben poco: Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita (4). Uno dei grandi meriti della lettera apostolica Novo Millenio Ineunte è proprio quello di aver reso la Chiesa più cosciente della necessità di essere animata da un autentico spirito di comunione per poter realizzare il modello di comunità cristiane voluto dal Concilio (vedi box: Che cos’è la spiritualità di comunione?). Il comandamento nuovo e proprio di Gesù, l’amore reciproco, è il nucleo centrale di questa nuova spiritualità. Esso è il segno distintivo dei veri discepoli di Cristo, il cemento che da pietre isolate e staccate ne fanno un solo edificio. La spiritualità di comunione è un vibrante invito ad anteporre la mutua e continua carità a tutte le attività ecclesiali per renderle veramente cristiane e feconde. Tante cose, anche nel nuovo secolo, saranno necessarie per il cammino storico della Chiesa; ma se mancherà la carità, tutto sarà inutile (5). Non è forse la carità, secondo l’espressione di Teresa di Lisieux, il cuore stesso della Chiesa? E non è forse l’amore reciproco la sua espressione più compiuta? La grande sfida Fare della Chiesa la casa e la scuola della comunione: ecco la grande sfida che ci sta davanti nel millennio che inizia, se vogliamo essere fedeli al disegno di Dio e rispondere anche alle attese profonde del mondo (6). Si tratta di imparare a creare dei legami, di esercitarsi a stabilire dei rapporti fraterni, a tutti i li- velli: La comunione deve rifulgere nei rapporti tra vescovi, presbiteri e diaconi, tra pastori e intero popolo di Dio, tra clero e religiosi, tra associazioni e movimenti ecclesiali (7). Tutti i cristiani hanno la responsabilità di edificare il capolavoro di amore e di unità che ogni parrocchia, ogni movimento, ogni cellula di Chiesa ha per vocazione di diventare nella comunione che è la Chiesa intera. È passato il tempo del ciascuno per sé, dello spirito gregario, dell’individualismo spirituale (vedi box: Lo spirito di comunione). Tutti sono chiamati a diventare adulti nella fede, strumenti di comunione e, in questa comune impresa, ciascuno è insostituibile al proprio posto. Basta amare – il che significa servire concretamente – lì dove si è, ogni prossimo, per primo, come sé stesso… e farlo con gioia perché le nostre comunità ecclesiali si trasformino pian piano in vere e proprie famiglie. Della potenza di quello che può fare l’amore abbiamo avuto un esempio eloquente nei rapporti fraterni che si sono stabiliti tra i vari movimenti ecclesiali in seguito all’incontro che avevano avuto con Giovanni Paolo II nella festa di Pentecoste del 1998. In quell’occasione Chiara Lubich, Andrea Riccardi e Salvatore Martinez si erano accordati per vivere tra loro e tra i loro movimenti lo spirito di comunione. Per questo si erano messi a pregare gli uni per gli altri, a incoraggiarsi a vicenda nelle difficoltà, a collaborare l’uno a qualche manifestazione dell’altro, a fare in modo che i rispettivi consigli si conoscano fra loro, a dare spazio sulla propria stampa alla presentazione degli altri movimenti. E così via. Questi atti concreti di amore non hanno tardato a produrre i loro frutti: altri movimenti sono stati attratti da questa vita di co- munione e il clima generale tra tutti, che prima poteva essere anche di diffidenza e di competizione, è cambiato. Basta vivere la carità regina di tutte le virtù ed essere in tanti a farlo e la Chiesa darà finalmente al mondo lo spettacolo mai visto, ma così atteso, della fraternità universale, quella fraternità che Cristo ha portato sulla terra. COSCIENZA COMUNITARIA Qual è lo Spirito che il Concilio trasmette alla Chiesa? (…) La Chiesa esce dal Concilio animata da un cresciuto spirito comunitario, da una maggiore carità, quella carità che rende fratelli i fedeli, che porta all’unione, all’amicizia, che assume aspetti sociali positivi, di concordia e di solidarietà. Cioè la Chiesa, a Concilio finito, porta più viva con sé la coscienza della sua misteriosa e meravigliosa unità, fusa con la coscienza della sua vocazione universale, cioè della sua cattolicità (…). E questo risultato di coscienza comunitaria non è stato occasionale, ma è stato uno degli insegnamenti, e quindi degli scopi, ripetuti in tutti i decreti conciliari (…). Così che coltiverà lo spirito del Concilio chi cercherà di infondere nella vita cattolica maggiore coesione, maggiore fraternità, maggiore carità. Tutto quanto diminuisce o offende il senso comunitario è fuori della linea che il Concilio ha tracciato per il rinnovamento e per la dilazione della Chiesa: i particolarismi, i separatismi, i preziosismi, gli egoismi, che talvolta s’insinuano anche negli animi o nei cenacoli di distinti cattolici, ovvero la noia e il disinteresse verso i fratelli, vicini o lontani che siano, dovrebbero cedere, dopo il Concilio a quello spirito di maggiore carità fraterna, che Cristo ha voluto sia distintivo dei suoi discepoli. (Paolo VI all’udienza generale del 5 gennaio 1966). COS’E LA SPIRITUALITA DI COMUNIONE? Con parole incisive, capaci di rinnovare rapporti e programmi, Giovanni Paolo II insegna: Spiritualità della comunione significa innanzi tutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. E ancora: Spiritualità della comunione significa capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come uno che mi appartiene. Da questo principio derivano con logica stringente alcune conseguenze del modo di sentire e di agire: condividere le gioie e le sofferenze dei fratelli; intuire i loro desideri e prendersi cura dei loro bisogni; offrire loro una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzi tutto ciò che di positivo c’è nell’altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio; è saper fare spazio al fratello portando insieme gli uni i pesi degli altri. Senza questo cammino spirituale, a poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione (8). (Istruzione Ripartire da Cristo, 19 maggio 2002, 29). LO SPIRITO DI COMUNIONE Uno dei caratteri salienti della formazione spirituale del cristiano risultante dal Concilio è certamente il senso comunitario. Colui che intende accogliere lo spirito e la norma del rinnovamento conciliare si accorge d’essere modellato da una pedagogia nuova, che lo obbliga a concepire e ad esprimere la vita religiosa, la vita morale, la vita sociale in funzione della comunità ecclesiale alla quale appartiene. Tutto nel Concilio parla della Chiesa; ora la Chiesa è popolo di Dio, è corpo mistico di Cristo, è comunione. Non è più possibile dimenticare questa realtà esistenziale, se si vuole essere cristiani, essere cattolici, essere fedeli. La vita religiosa non si può praticare come espressione individualista del rapporto fra l’uomo e Dio, fra il cristiano e Cristo, fra il cattolico e la Chiesa; e neppure si può concepirla come espressione particolarista, come quella che un gruppo autonomo, avulso dalla grande comunione ecclesiale, trova la propria soddisfazione ed evita interferenze estranee, sia di superiori, che di colleghi o di seguaci, estranei ad un’esclusiva mentalità di iniziati, propria del gruppo chiuso e pago di se stesso. Lo spirito comunitario è l’atmosfera necessaria del credente. Il Concilio ha richiamato alla coscienza e alla pratica della vita religiosa e cristiano il respiro di questa atmosfera. (Paolo VI, Udienza generale del 2 giugno 1970)

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