Una sofferenza che finisce in gioia

Il fiore bianco spuntato sul rosso fusto della croce.
Santo Sepolcro

Sapendo, dalla promessa di Cristo e dalle innumerevoli conferme della storia, che la Resurrezione, come tutta la Redenzione, continua, al termine della settimana di Passione, e a epilogo del periodo di digiuno, la Chiesa erompe in grida di gioia, perché in Cristo la vita è un dramma che si conclude con una vittoria, una sofferenza che finisce in gioia. Una vittoria sulla morte e sulla tristezza.

E come l’intera vicenda liturgica è costellata di feste, così anche la passione di Cristo culmina in festa e anche le passioni dei martiri, che la continuano, diventano feste: rinascite; inesausto riaffermar della vita e della speranza; un perpetuo rinnovarsi; un pullular di giovinezza senza termini.

Vittoria sulla morte. Ché per non far perire l’uomo, morì Cristo. E per donargli una vita nuova, risorse. E la Resurrezione è il fiore bianco spuntato sul rosso fusto della croce, le cui radici si prolungano per entro la spoglia di Adamo, abbracciandone tutti i figli addormentati sotto le zolle.

L’altare – tavola del sacrificio – è fatto sacro dallo scrigno di reliquie di martiri, che chiude al centro; stando essi come i testimoni e i garanti del sangue di Cristo su di esso offerto. Un tempo il sacrificio della Messa si celebrava sulle tombe dei martiri, i cui corpi dissanguati facevano, così, da base, al Mistero del Sangue e del Corpo immolati.

In certo modo anche il martire fa, del luogo del supplizio, un altare, in cui offre sé, come vittima d’espiazione, a Cristo. Al quale tutti i martiri si ricongiungono; ché tutti i martiri fanno insomma un’unica preghiera, quella che oscilla come un’armonia nostalgica in fondo ai cuori di tutti, sospinta dalla promessa di Gesù: «Io sono la resurrezione e la vita».

 

Da Christus patiens, Morcelliana, 1941, pp. 173-174.

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