Una seconda possibilità

. Parola di Alessandro Angelini, regista dell'intenso , premiato al Festival del film di Roma.
Alessandro Angelini

Alessandro, romano, 38 anni, ha fatto discutere e commuovere nel 2006 con L’aria salata. Gli ricapita con Alza la testa, storia di Mero, uomo solo per cui «la stella polare è il figlio». Lo perde «e si trova a fare i conti con sé stesso, ora che è senza luce. Deve cercare di riaccenderla».

Ne L’aria salata un figlio cercava il padre, qui è il padre a guardare il figlio. Angelini ritrae un certo tipo di umanità di oggi. «Chi è sensibile – afferma – coglie questo aspetto, non pensa che, morto il ragazzo, il film debba finire. Il mio infatti è uno sguardo sull’uomo, su ciò che stiamo diventando o siamo. Perciò racconto temi, fin dalla prima parte, quali l’emigrazione, la diversità: ce li portiamo nella vita reale, che non è lineare, ma sinuosa.

 

Alza la testa è dunque anche una riflessione sulla vita». Il film accenna alle “diversità”. Fra queste, Lorenzo, il figlio non ribelle, un ruolo per l’esordiente Gabriele Campanelli. Scelto dal regista per la somiglianza con Sergio Castellitto (il padre, ndr), e soprattutto «perché era balbuziente. Un ragazzo molto dolce, il suo balbettio raccontava un affetto interrotto, un bisogno di tenerezza: l’ultimo gradino con cui gli adolescenti guardano il mondo, non ancora induriti dalla vita, con il coraggio di vivere i propri sentimenti, cosa che il padre, il vero ribelle, non accetta. La dolcezza del figlio è così il passe-par-tout del film. Ci dice: l’amore è bello quando è semplice, puro».

Certo, c’è la fatica di viverlo o di ricominciare a viverlo. Due sono le scene che ne segnano la rinascita: «Mero porta Sonia (Anita Kravos, ndr) in piscina: vi predomina il giallo, colore del sole; poi, all’ospedale, pareti e corridoi sono tinteggiati ancora in giallo: l’amore ti fa rinascere. Perciò – continua il regista – questa storia è un archetipo: l’odissea di un uomo che lascia uno spazio, Fiumicino, e arriva a Gorizia, città aperta sull’Est. L’umanità non finisce dove la storia è ambientata. Questa vicenda si potrebbe svolgere in qualsiasi altro Paese del mondo».

 

Il film è ricco, con una sua “sacralità”. Ed un messaggio forte. «Si deve provarci fino in fondo – precisa Angelini –. Anche quando non pare ci sia speranza, c’è la possibilità di un piccolo miracolo, di riprendersi quello che sembra ci sia stato tolto. Bisogna alzare la testa: vivere con dignità, guardare negli occhi gli altri, con i loro sogni e inquietudini simili ai nostri».

Intensa è la scena del figlio, che, tornato a casa, dopo la “prima volta” con la ragazza, accende tutte le luci, spente dal padre. «Si sente forte, ha messo il piede nel mondo dei grandi, cerca di far chiarezza nella vita. Come il padre, alla fine del film, ridonando la neonata alla madre sconosciuta. Sono momenti in cui si scopre che il cinema è uno strumento alto per parlare di cose profonde. Ti fa ripercorrere pure la tua vita».

E forse, per Angelini, pensare ad una nuova storia. «Ne sarò debitore anche all’incontro col pubblico», conclude, felice per i premi ai “compagni di viaggio”, Castellitto ed Anita Kravos.

I più letti della settimana

Innamorati di Dio

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons