Una scuola per l’anima

La stazione di Howrah la conosco bene: ci sono arrivato varie volte anche dopo 38 ore di viaggio con il Gitanjali Express ed in altre occasioni da qui sono partito. Ma questa volta è tutto nuovo. Parto per Bhojpur con lo Shanti Niketan Express. Fermo uno dei facchini in tradizionale camiciotto rosso con tanto di asciugamano raggomitolato sulla testa. Quando chiedo il binario del treno, mi guardano un po’ sbigottiti. Non è perché invece del bengali, lingua locale, parlo loro in hindi, ma piuttosto perché tutti lo sanno: lo Shanti Niketan Express è sinonimo di binario 6. Il viaggio nel mondo di Rabindranath Tagore comincia proprio da questa pensilina. Si respira già aria diversa, non quella solita, caotica e rumorosa della stazione di Howrah. Qui c’è un altro stile: studenti in kurta (tipico camicione locale) in cotone bianco con motivi tipici bengalesi e borsa in tessuto khadi a tracolla, intellettuali con occhiali rotondi appannati dalla polvere di Kolkata, gruppi di famiglie della borghesia bengalese. Le donne hanno i tipici sari locali, inconfondibili, e gli uomini occhiali con montature spesse che si vedono ormai solo da queste parti. Non mancano alcuni stranieri. Un microcosmo! Una volta a bordo, ancora un contatto che sembra preparare il viaggiatore a Shanti Niketan: foto di Tagore, sue frasi in lingua madre bengalese, accuratamente tradotte, ed ancora immagini della grande università da lui fondata. Sembra già di essere arrivati a destinazione. Il viaggio nella verde campagna del Bengala occidentale è un colloquio con il vegliardo dalla barba fluente che pare guardare il viaggiatore e stabilire un contatto diretto con lui. Tre ore sono sufficienti per arrivare a Bhojpur, la stazione di cui nessuno conosce il nome: qui tutto è Shantiniketan. L’esterno, di primo acchito, non pare andare troppo d’accordo con il centro della pace, come il nome Shanti Niketan vuole recitare. Un’accozzaglia di risciò a pedali, di venditori ambulanti, di animali più o meno liberi, di bambini che scorrazzano sembra parlare di tutto meno che di pace e di tranquillità. Nulla pare preoccupare Subroto, il pedalatore infaticabile che scelgo fra la schiera di risciò a pedali. Esile come un grissino, con la pelle madida di sudore, a dorso scoperto sotto il sole cocente ed umido del mezzogiorno del Bengala, Subroto dà un’occhiata all’indirizzo, scuote la testa per farmi capire che sa dove andare e comincia a pedalare tagliando la folla e gli animali, il mercato e i pedoni senza preoccuparsi minimamente di niente e di nessuno. Dopo un quarto d’ora di pedalate regolari ed instancabili la scena cambia: niente più confusione, viali segnati da alberi centenari che rendono la strada un tunnel ombreggiato, stradine che si aprono sulla via principale e portano all’interno con casette affondate nel verde e nel silenzio. File di bici- clette di studenti in kurta e pantaloni (pijiama si dice qui) bianchi si mischiano a quelle di studentesse con sari in giallo sgargiante: ecco gli studenti di Shanti Niketan. Subroto, sempre instancabile e sempre più grondante di sudore, prende una stradina laterale e si ferma di fronte ad una tipica casetta del posto, di un grigio un po’ triste. Sul campanello è scritto Parasmony, la parola che apre una delle poesie più famose di Rabindranath. Suono e qui incontro George. Alto, sicuro di sé, eppure meditativo, non pare essere di queste parti. Il nome, e soprattutto il cognome, mi dice che viene dalla parte opposta dell’India: dal Kerala. Da vari anni insegna qui ed un comune amico mi ha dato il suo indirizzo: È la persona giusta per farti vedere e vivere Shanti Niketan. Mi rinfresco alla svelta e dopo un pranzo veloce, vorrei subito uscire ed ispezionare la zona. Niente da fare: a Shanti Niketan fino alle 4 tutto è chiuso. Gli studenti sono già casa. Li ho visti verso mezzogiorno sulla strada della stazione. Qui le lezioni cominciano alle 6.30 della mattina e dopo pranzo si studia o si fanno attività parascolastiche. Verso le 5, dopo un ottimo tè, completamente rifocillato, esco con George. Giriamo per questo mondo che pare non avere nulla in comune con il resto dell’India. Eppure qui ha vissuto per anni uno dei padri spirituali dell’India moderna. Rabindranath aveva, infatti, deciso di ritirarsi lontano da Calcutta. Lasciò la sua casa nel centro della seconda città dell’Impero britannico. Qui, nel mezzo della campagna bengalese, sperava di trovare pace ed ispirazione per il modello di scuola che aveva in mente, e che pareva non potersi coniugare con nessuna metodologia pedagogica al mondo. La famiglia aveva una grande tenuta di terra che il padre, Devindranath, grande protagonista della Rinascita indù del Bengala nel 1800, aveva acquistato quando, durante un viaggio, si era fermato da queste parti per un po’ di riposo. L’albero che gli aveva prestato un po’ d’ombra è ancora lì, al centro del grande complesso, debitamente cintato e protetto. Non ci si può avvicinare di questi tempi. Noto, in effetti, una notevole diffidenza verso il visitatore, che pare fare a pugni con la tradizionale ospitalità indiana e quella squisita e unica del Bengala. Tempo fa il medaglione, che Tagore aveva ricevuto nel 1913 per il premio Nobel per la letteratura, è stato rubato. Sebbene ritrovato, il furto ha tuttavia portato le autorità del luogo a prendere precauzioni drastiche. Il museo e, soprattutto, la casa dove il grande poeta visse, costruita secondo il ritmo delle stagioni, sono chiusi e nessuno li può visitare. Fortunatamente incontro Ashok Chatterjee, un simpatico personaggio, maestro di musica nella scuola elementare. Intavola una discussione interessantissima e, come si usa fare da queste parti,mi tempesta di domande sul mio background e sui miei interessi. Le lezioni qui si svolgono all’aperto, sotto i grandi alberi, a contatto con la natura. Il rapporto fra studenti ed insegnanti, già profondo in India, è qui vitale. Resto colpito dal fatto che, pur passando non lontano dai gruppi di studenti nessuno si distrae, la concentrazione nei confronti dell’insegnante resta totale. Ma la cosa non è tale solo fra gli studenti delle elementari. Girovago fra i caseggiati della scuola d’arte: qui all’esterno fra opere lasciate da artisti o studenti di decenni passati, trovo chi disegna, chi dipinge o compone, completamente preso dal soggetto e dall’ispirazione. Sembra quasi che qui ognuno sia parte di Shanti Niketan senza disturbare chi gli sta accanto, c’è posto per tutti, con le caratteristiche e le esigenze che ognuno si porta dentro. Shanti Niketan è completamente inserita nell’ambiente che la circonda. Le case stesse, spesso, ripetono i motivi e le caratteristiche delle abitazioni santhals, gli abitanti indigeni di questa parte del Bengala. I loro costumi, come pure le costruzioni, sono inconfondibili. Tagore, e tutti coloro che sono venuti dopo di lui, non li ha mai spinti al limite del campus. Al contrario le due realtà sembrano amalgamate ed armonizzate. D’altra parte il grande poeta ha sempre fatto di tutto per assicurare una dimensione universale a questo ambiente. Lo dicono il nome ed il motto che Tagore scelse per questa scuola ed università, Viswa Bharathi, cioè dove il mondo si forma in un unico nido. Entrambi parlano chiaramente della visione educativa del Nobel indiano: coniugare l’India e la sua ricchezza culturale e religiosa con il mondo intero. Aveva viaggiato molto in Europa, in Asia ed in America, anche quella del Sud, e, come tutti i grandi, aveva saputo leggere nei segni dei tempi. Precursore di una cultura patrimonio della famiglia universale, Tagore aveva intuito che per una vera formazione non si poteva fare a meno della mondialità. Per questo ogni anno si svolgevano festival che sottolineavano la ricchezza culturale dell’India, ma anche manifestazioni che favorivano il contatto di ambienti culturali distanti e, spesso sconosciuti fra di loro. La tradizione rimane, sia pure attenuata nella sua spinta carismatica, mi dicono un po’ tutti. Mi fermo a Shanti Niketan due giorni. L’ultima mattina, un venerdì, sono invitato al mandir (il tempio, luogo di culto). È una costruzione che attira anche il visitatore più sbadato. Ancora nella sua costruzione originale, a vetrate colorate, questa sala rivela tutta la genialità spirituale di Tagore. Ogni venerdì, giorno di vacanza a Shanti Niketan, si riempie di studenti ed insegnanti. Sono le 6 e 15, poco dopo l’alba, e fatico a trovare posto. Tutti accovacciati a terra, nei sari gialli le ragazze e nelle loro kurte bianche i ragazzi, si accalcano nella grande sala, nella veranda e balconata all’esterno. Il silenzio è sacro. Alle 6 e mezza in punto un gruppo di studenti e di insegnanti intonano un canto che rende l’atmosfera ancora più pregna di divino. È in bengalese, la lingua di Tagore, una lingua dolcissima e poetica. Si leggono passi del Gita, come in altre occasioni si scorrono brani d’altri libri sacri. Il tutto dura non più di venti minuti ma l’impressione che ti lascia nell’anima è profondissima. Dalla sala vado direttamente alla stazione. Il treno è pronto sul binario, entro nello scompartimento ad aria condizionata. Ci sono le stesse foto di Tagore e scorci del grande campus, volti ed ambiente ora conosciuti. Capisco perché Gandhi, che da Tagore fu soprannominato Mahatma, Grande anima, usava chiamare il premio Nobel, Guru Das, servo di Dio.

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