Una scultrice che non è più sola

Quanti lettori di Città Nuova avranno visitato negli anni il Centro Ave a Loppiano: certamente un numero con molti zeri. Questa di artisti che lavorano insieme è stata fra le primissime esperienze di collaborazione di cui la rivista ha avuto occasione di parlare. Fu infatti in data 10 agosto 1961 che comparve su Città Nuova una lunga intervista di Gabri Fallacara ad Ave Cerquetti, con fotografie di Peter Mülder. Il punto sull'oggi di questa esperienza lo ha fatto un articolo di Paolo Balduzzi appena due mesi fa.  
Ave Cerquetti

Il primo incontro, dopo aver attraversato un giardino, è con Silvana Sandro Cerquetti: ha un tratto gioioso e limpido nel volto, quasi un risvegliato incanto di fanciulla. Se non fosse perché quasi subito, con disinvoltura, ella mi mostra la composizione a cui era intenta, non avrei mai detto che è una scultrice. Poi si gira tra un trespolo e l’altro: ciò che la interessa soprattutto è la figura umana, il ritratto. Mi piacciono le sue terracotte, immediate, spontanee, serene, quasi innocenti: il vigore è tutto nella verità del sentimento che le suscita, libero da sovrastrutture culturali.

 

Da otto anni ha finito l’Accademia, ma già si avverte una profonda maturazione: lo sbrigliarsi rapido da un primo disorientamento per una seria e più schietta interpretazione, in un sicuro aprirsi delle sue istintive capacità plastiche. Il suo impegno è nel raggiungere un linguaggio espressivo moderno, cioè sintetico, del proprio mondo interiore.

«Ho cominciato a trattare l’arte sacra dopo la mia conversione dal protestantesimo al cattolicesimo, ed è stato allora che i critici mi hanno notata – spiega la scultrice –. L’essenziale è viver nella verità e l’arte stessa mi ha posta sempre dinanzi a questa ricerca».

«Pian piano mi preparai per farmi cattolica, ma ancora non riuscivo a credere nell’eucaristia; era un tormento che mi attanagliava l’anima. Finché sono arrivata a incontrare una testimonianza della carità viva che c’è nella Chiesa cattolica, conoscendo il Movimento dei focolari».

 

Le ricordo allora uno scritto dello scultore Pericle Fazzini: «Della nostra civiltà si salveranno solo quelli che sapranno levare le loro voci sulla disarmonia degli uomini attuali. Quale sarà la nostra civiltà? Non saprei. So di certo che l’uomo è solo».

«Certo che questi ultimi cinquant’anni di scultura ci hanno lasciato un’esperienza un po’ straordinaria, in cui c’è stato senz’altro del positivo che ha giovato, dopo tanto travaglio, tolti gli abusi e le stravaganze dovute alle falsificazioni di un cerebralismo esasperato».

Mentre mi avvio all’uscita, mi colpisce in una parete una grafia vivissima, scritta da Chiara Lubich su uno sfondo di carta chiara, un capolavoro di armonia. Mi fermo e leggo: «Sazia questa sete di bellezza/ che il mondo sente:/ manda grandi artisti,/ ma plasma con essi/ grandi anime/ che, col loro splendore,/ avviino gli uomini/ verso il più bello/ dei figli degli uomini:/ Gesù».

Gabri Fallacara

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