Una riforma del lavoro

Reintrodotta la possibilità dello staff leasing. Arbitrato, tutti d'accordo tranne la Cgil.
Ministri 2010

La legge è stata approvata con una maggioranza parlamentare che ha visto la convergenza del centrodestra e dell’Udc. Si tratta di 50 articoli che trattano diverse tematiche affrontate secondo l’impostazione resa esplicita dal piano triennale del ministero del Lavoro, intitolato Liberare il lavoro per liberare i lavori.

Si va, per esempio, dai provvedimenti contro il lavoro nero ai criteri di priorità nella pensione per i lavoratori addetti ad attività usuranti, dal casellario centrale degli infortuni fino alla “Borsa nazionale lavoro”: una misura di facilitazione e trasparenza nel far incontrare domanda e offerta di lavoro.

 

Tra l’altro viene reintrodotta la possibilità dello staff leasing e cioè l’affitto, da parte delle società autorizzate, non solo di un singolo lavoratore presso un’altra azienda, ma di un’intera squadra di persone, per di più a tempo indeterminato. Ciò provoca la scissione tra la figura del datore di lavoro e quella dell’utilizzatore della prestazione: semplificando, si lavora sotto Caio ma si viene pagati da Tizio.

 

Il presidente della Repubblica, lo scorso marzo, non aveva firmato la legge rimandandola alle Camere perché, nella sua opinione, disegnava una regolamentazione non equilibrata dei rapporti tra azienda e lavoratori, finendo per peggiorare la condizione di quest’ultimi con riferimento, in particolare, alla disciplina dell’arbitrato.

 

Dopo un lungo lavoro di rilettura e di analisi in sede parlamentare, il ministro del Lavoro ha potuto rilasciare una dichiarazione di grande soddisfazione per le modifiche approvate, secondo le indicazioni del Quirinale, in un clima «di un intenso dialogo sociale caratterizzato dalla convergenza di tutte le organizzazioni, tranne la Cgil».

 

Un giudizio che vede concorde anche la Cisl, come afferma il segretario confederale Giorgio Santini, nell’intenzione di dare più certezza ai rapporti di lavoro, sottraendo la gran parte delle liti che incorrono tra datori di lavoro e dipendenti «ai tempi insostenibili – 5,6 anni – degli oberati tribunali italiani». Il 65 per cento delle cause di lavoro, afferma Santini, «riguardano materie retributive e di inquadramento professionale che sono regolate solo dai contratti collettivi di lavoro» e quindi «più proficuamente gestibili attraverso conciliazione e arbitrato», senza inutili lungaggini.

 

Con l’arbitrato, come dice il nome, si nominano, di comune accordo, degli arbitri che risolvono una volta per tutte le controversie, escluse il licenziamento, insorte tra azienda e lavoratore. La prima versione del testo rigettato da Napolitano prevedeva che le parti, oltre a nominare gli arbitri quando la lite è già cominciata, potevano stabilire una clausola ad inizio del rapporto di lavoro, ancora nel periodo di prova, con cui si affidavano sempre tutte le eventuali e future cause individuali al collegio arbitrale. Ora, con le correzioni chieste dal Presidente della Repubblica, tali clausole contrattuali si potranno comunque inserire, ma dopo quel periodo di prova in cui il dipendente è più debole perché può essere licenziato senza particolari giustificazioni. Una vulnerabilità che comunque rimane in capo al lavoratore anche dopo il periodo di prova, secondo l’ufficio giuridico della Cgil, che giudica la soluzione trovata «una vera e propria ipocrisia». Un passo in avanti è invece considerato, concordemente, la precisazione del riferimento al concetto di “equità” a cui devono attenersi gli arbitri e cioè il «rispetto dei princìpi generali dell’ordinamento e dei princìpi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari».

 

Ma i motivi di dissenso sulla complessa normativa, che porteranno a futuri ricorsi alla Corte Costituzionale, si estendono anche ad altri aspetti, come afferma il giuslavorista Massimo Roccella, che denuncia, ad esempio, quelle norme che «impongono ai lavoratori precari (a termine, interinali e a progetto) di rispettare un breve termine di 60 giorni per contestare la legittimità della cessazione del contratto di lavoro», un tempo in cui le persone interessate non sono propense a far valere i loro diritti per la paura di tagliare ogni possibilità futura di essere riassunti. E Roccella è il docente universitario a capo di quel centinaio di studiosi che, a marzo, indirizzarono una lettera aperta in cui chiedevano l’intervento, poi avvenuto, ma non più replicabile secondo la Costituzione, del presidente Napolitano.

 

Mentre sulla stampa specializzata si stanno già dettando le informazioni tecniche per l’adozione della nuova normativa, si può prevedere che l’applicazione del disegno di legge riceverà diverse opposizioni in diverse sedi. Segno di un dialogo che rimane da completare e che non facilita la vita delle stesse aziende interessate ad affrontare le tante sfide imprenditoriali che l’attendono.       

 

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